Tu sei qui: Home » Culti Miti e Leggende dell’Antica Sicilia » Culti di Origine indigena

Culti Miti e Leggende dell’Antica Sicilia
2. Culti di Origine indigena

 

La colonizzazione greca dell’VIII sec. a.C. trovò, in Sicilia, una popolazione prevalentemente dedita all’agricoltura e alla pastorizia. E’ naturale, quindi, che il pensiero religioso della popolazione indigena seguisse i principi di una religione naturale, dove prevalevano le manifestazioni legate alla natura. Proprio l’affinità che legava le divinità indigene a quelle greche, fece sì che gran parte dei culti indigeni venisse, in seguito, assorbita o comunque modificata dalla cultura greca, portando quindi ad un processo di ellenizzazione dei culti preesistenti. L’affinità tra i culti indigeni e quelli elleni era dovuta, sia al fatto che le due religioni fossero prevalentemente religioni naturali  ma, anche, dalla presenza, in Sicilia, della popolazione Sicula, appartenente, così come quella ellena, al ceppo indoeuropeo.

 Una divinità legata alla terra vista come “grande madre”, pronta ad offrire i suoi frutti alla popolazione e simbolo di fertilità, esisteva in tutta l’area mediterranea e doveva sicuramente esistere in Sicilia ancor prima che venissero importati nell’isola i culti di Gaia, Demetra, Cibele e Iside considerate tutte “grandi madri” e rappresentanti un omaggio alla “madre”, intesa come rappresentazione antropomorfica  della fecondità.

In realtà, il concetto di “dea madre”, vista come simbolo femminile di fertilità, era già presente ai tempi del Paleolitico superiore medio (28-18 mila anni fa)[1], quindi,  molto tempo prima dell’antichità classica. A partire dal neolitico (8000-4000 anni fa), con la trasformazione a carattere agricolo delle comunità, le donne videro accrescere il loro peso sociale e si cominciarono ad affermare alcuni aspetti del matriarcato all’interno della società. La dea della fertilità iniziò a diventare anche dea dell’agricoltura, protettrice dei raccolti e dei campi. Si cominciò a vedere, tra gli animali sacri alla dea,  il maiale[2], che sarebbe stato poi associato alla grande madre  Demetra.


Venere di Lespugue (Pirenei francesi) 23.000-27.000 a.C


Venere di Savignano (Savignano sul Panaro – Modena) (18.000 – 8.000 a.C)


Venere di Willendorf (Bassa Austria) (24.000 – 26.000 a.C)


Venere di Laussel (Dordogna, Francia) (20.000)

 Traccia di una probabile sovrapposizione tra il culto greco di Demetra ed uno indigeno preesistente, è rinvenibile in una leggenda dove si narra che Persefone, figlia di Demetra, venne rapita da Plutone nelle campagne di Enna e che una ninfa di nome Ciane, osteggiando il rapimento, fosse stata trasformata da Plutone in una fonte che la tradizione colloca a Siracusa.

 Alla vita pastorale dei Siculi era legato il culto di Dafni, anche se la letteratura, prima greca e poi latina, privò questa divinità di gran parte del suo carattere indigeno.

Persefone Demetra e Trittolemo, rilievo greco, V sec. a. C.

 

Pan insegna a Dafni a suonare il “Flauto di Pan”. Pompei, ca. 100 a.C

Moneta  con il viso del dio Adrano sul dritto ed uno dei suoi cani sul rovescio

laghetti naftia in un acquerello del 700 

I laghi dei Palici  in un acquerello del Settecento

 La presenza di un vulcano come l’Etna doveva far sì che fosse venerata la sua personificazione nel nome del dio Adrano, divinità simile per certi aspetti a quella di Efesto (il Vulcano dei Romani). Adrano, a differenza di Dafni, mantenne per molto tempo il suo carattere indigeno così come il culto dei Palici, anch’essi legati agli aspetti tellurici, abbastanza intensi all’epoca. Il culto dei Palici fu addirittura considerato come elemento di coesione che vide i Siculi, riuniti sotto il comando di Ducezio nel V sec. a.C., ribellarsi all’elemento greco predominante.

 Si è pensato che anche il culto di Venere Ericina fosse, almeno in origine, prettamente indigeno; [la cosa potrebbe risultare veritiera, se associamo il culto della dea a quello di protettrice della fertilità e non a quello di dea della bellezza]. Non è da escludere che Venere Ericina, abbia origini orientali, viste le molte affinità che legano il suo culto a quello della dea punica Tanit.

venere ericina

Moneta romana del 57 a.C con Venere  Ericina

Moneta con Tanit (Pantelleria)

Simbolo di Tanit

Efesto (Vulcano) – Marmo di Guillaume Coustou – Museo del Louvre Parigi

 L’affermarsi della religione cristiana non ha fatto scomparire del tutto alcune delle tradizioni legate agli antichi culti pagani. Il fenomeno sincretico delle “dee madri” interessò anche il culto della Madonna, la “grande madre” dei Cristiani, che assorbì alcune delle caratteristiche delle alle altre grandi madri pagane.

Residui di culti pastorali in Sicilia erano riscontrabili, fino al secolo scorso, nella festa del S.S. Sacramento in Geraci Siculo. Si racconta che durante la terza domenica di Giugno, dedicata ai pastori, alcuni di questi, vestiti in modo da assomigliare ad antiche divinità campestri della mitologia greco-romana, sfilavano a cavallo nella via principale del paese fino ad arrivare davanti alla chiesa dove, scesi da cavallo, entravano e chiedevano la benedizione per gli animali e per i campi.

Tracce dell’antica usanza di sacrificare gli animali alle divinità del passato, sono rinvenibili in alcune feste patronali che perdurarono almeno fino agli inizi del presente secolo, raccontate da Giuseppe Pitrè nel suo “Feste Patronali in Sicilia” edito nel 1900.

Nella festa cristiana di S. Rocco in Butera, una delle maggiori attrazioni era uno spettacolo che di cristiano aveva ben poco. Esso era “lu jocu di lu surpintazzu” (il gioco del serpentaccio)[3]: un uomo si infilava all’interno di un fantoccio dalla strana forma e con un lungo becco, che nella fantasia popolare doveva rappresentare u surpintazzu, e preceduto da alcuni tamburini, attraversava le vie del paese fermandosi nel punto in cui era stata preparata una trave. In cima alla trave veniva attaccata l’estremità di una fune e l’altra estremità era tenuta da una persona che stava ad una finestra non lontano dalla trave; nel mezzo della fune veniva legata per i piedi una povera oca a cui veniva unto il collo di sapone. U sirpintazzu si avvicinava alla povera oca, tentando di acchiapparla con il suo lungo becco, ma la fune veniva tirata all’ultimo istante in modo tale da sottrarre l’animale al becco del serpentaccio. L’evento si ripeteva fino a quando il serpente non rinunciava. Il destino dell’oca era comunque segnato, infatti il gioco crudele continuava fino a quando uno dei partecipanti al gioco, o perché fortunato o perché aiutato da chi aveva il compito di tirare la corda, riusciva a staccare il collo al povero animale.

La ricorrenza religiosa appena descritta non era l’unica in cui dei poveri uccelli venivano trattati “cristianamente”. La festa di S. Lucia a Siracusa, aveva una sua appendice in Maggio, con “S. Lucia delle quaglie”, che era simile a quella di Dicembre. La sola differenza consisteva nel fatto che, ad un certo punto, nella piazza della cattedrale, alcune monache, lanciavano sulla folla centinaia di quaglie, colombe, tortore, e uccelli di vario genere. La folla si disputava i poveri volatili che non erano riusciti a spiccare il volo, cercando di acchiapparli in vari modi (con cappelli, fazzoletti  ecc.) e con la conseguenza che molti di essi venivano schiacciati o uccisi durante la disputa[4].

Una scena simile si svolgeva, fino al secolo scorso, durante la festa di S. Giovanni a Ragusa, durante la cosiddetta cuccagna[5]. Veniva edificata una costruzione in legno alta una decina di metri in cima alla quale veniva imbandita una tavola ricca di cibo e doni vari. Per accedervi bisognava salire attraverso delle tavole lisce, unte di grasso e molto inclinate; chi riusciva a salire in cima aveva diritto al cibo e ai doni. L’arrivo in cima dei vincitori era seguito dal lancio, tra la folla, di moltissimi colombi a cui erano state in precedenza spuntate le ali; qualche fortunato uccello riusciva, nonostante la menomazione subita, a salvarsi svolazzando sui tetti vicini, gli altri finivano preda della folla. La sera, su molte tavole, il povero colombo costituiva il piatto principale.

Ancora, il giorno della Pentecoste, a Mineo, il colombo diventava, suo malgrado, simbolo dello Spirito Santo: dopo essere stato addobbato di nastrini veniva cosparso di spirito (questa volta non quello santo) e,durante la messa cantata veniva appiccato il fuoco alle penne del volatile, che svolazzava dentro la chiesa, fino a quando terrorizzato e nello stato che ci si può immaginare, non cadeva a terra straziato[6].


Butera: lu jocu di lu surpintazzu


Siracusa: lancio delle quaglie

 

[1]J.F. Kozlowski: La religiosità nella preistoria. p.67.

[2] M. Gimbutas: La religiosità nella preistoria p.93

[3]Giuseppe Pitrè :Feste Patronali in Sicilia p.545

[4]Giuseppe Pitrè :Feste Patronali in Sicilia p.279

[5]Giuseppe Pitrè :Feste Patronali in Sicilia p. 327.

[6]Giuseppe Pitrè : Spettacoli e Feste Popolari Siciliane p.430

Ignazio Caloggero

Culti Miti e Leggende dell’Antica Sicilia di Ignazio Caloggero

Culti Miti e Leggende dell'Antica Sicilia

Share
Share