Tu sei qui: Home » Chi Siamo La Sicilia in Rete » Ignazio Caloggero

Nelle iniziative che porto avanti, di rado parlo di me, ma per capire come nasce il progetto Heritage Sicilia e, soprattutto per capire perchè nasce, è necessario capire chi sono, da dove nasce la mia passione per la mia terra e cosa ho fatto nel passato. Ecco perchè, credendo con tutto me stesso in quello che faccio e “mettendoci la faccia” fino in fondo rendo pubblico il mio curriculum, ho voluto solo presentarlo non nella classica forma ma in una forma che rispecchia meglio il mio modo di essere. Inoltre, dopo una prima stesura di qualche anno fa, ho deciso di inserire alcuni aspetti omessi in prima istanza. Allora non mi sentivo pronto e libero, adesso l’età e la stanchezza, mi rendono, per certi aspetti più libero, meno “attento” ai giudizi altrui e più tentato a ripetere, all’occorrenza ciò che Clark Gable disse a Rossella O’Hara nel famoso film Via col vento: “Francamente me ne infischio”  (Per il curriculum vitae “classico” si rimanda a: “Curriculum Vitae Standard“).

 Curriculum Vitae di Ignazio Caloggero “Non Standard” (Aggiornamento maggio 2019)

Dovevo inventarmi qualcosa, e qualcosa mi sono inventato. Spesso, desiderando raggiungere determinati scopi nella vita ci sentiamo dire che non abbiamo un curriculum adeguato allo scopo che ci prefiggiamo. Quante volte mi è stato detto, quante volte ho percepito che questo era il pensiero rivolto a me e quante volte ero io stesso a pensarla in questo modo.

Per tutta la vita ho fatto scelte che non avrei dovuto o potuto fare (secondo altri) perchè non avevo il curriculum adatto, quasi tutte le esperienze lavorative che adesso sono in “bella vista” nel mio “curriculum standard”  sono state acquisite senza che io apparentemente avessi una esperienza pregressa “adeguata”, lo dico adesso pubblicamente dopo che negli anni il mio curriculum  è diventato, in un certo senso, “corposo”; lo dico adesso che sono stanco e non ho più voglia di usare, almeno nelle forme classiche, questo strumento a volte utile ma spesso dannoso, perchè taglia le gambe a chi potrebbe fare molto ma non gli viene concesso perchè valutato, a volte troppo frettolosamente, in base al suo curriculum, non considerando ciò che un documento formale spesso non mette in evidenzia: la volontà, la forza interiore, il desiderio di cambiare quello che sembrerebbe un destino predefinito.

A volte, rinunciamo a lottare per i nostri obiettivi perché riteniamo, forse troppo frettolosamente, che non abbiamo il curriculum adatto per aspirare a raggiungere determinati obiettivi nella vita. Ho sempre pensato, almeno sino ad ora, che vale la pena affrontare una battaglia in apparenza persa in partenza, se esiste una sola possibilità su mille di poterla vincere. Se si crede in un obiettivo, se esso si ritiene giusto, bisogna accettare la lotta anche quando si presenta ardua. Bisogna accettare l’idea che non vanno affrontate solo quelle battaglie che si è sicuri di vincere, così come bisogna fare di tutto per rimanere in piedi sino alla fine (“se la sconfitta deve venire per noi, non facciamoci trovare seduti ad aspettarla”). Inoltre a volte scopriamo che è più importante vivere la battaglia in quanto tale che l’esito della stessa.

Che sia subito chiaro, per quanto mi riguarda, non mi sento per nulla una persona che è riuscita a raggiungere gli obiettivi che si è prefissato nella vita, anzi, fin troppo spesso sento dentro di me, la percezione, dolorosa, del senso del fallimento. Inoltre ritengo che ancora molte battaglie dall’esito incerto mi aspettino, che la strada è lunga, e che Dio solo o chi per lui, sa se riuscirò, almeno in piccola parte, a ottenere ciò che cerco (sempre che io lo sappia). Per adesso continuo a lottare, almeno fino a quando avrò forza sufficiente per farlo, forse perché non sono capace di altro, forse perché non mi è concesso altro. 

Il Curriculum vitae, dal latino “corso della vita”, spesso usato nella sua forma abbreviata curriculum, è di norma il resoconto delle principali vicende lavorative di una persona, dei suoi studi e delle tappe più significative della sua carriera. Potremmo pensare al curriculum utilizzando una visione ampia, e dire che un curriculum di una persona è adeguato allo scopo quando “il corso della sua vita” e l’ambiente in cui vive, sono tali per cui esistono i presupposti e quindi i requisiti minimi necessari al raggiungimento di tale scopo, qualunque esso sia. 

1967. La raccolta delle bottiglie usate.

Ho iniziato presto la mia attività lavorativa, a otto anni, in Germania, in un certo senso possiamo dire che ero un esperto nel settore della salvaguardia ambientale: lavoravo in proprio e almeno per quella attività non mi venivano richieste particolari esperienze. La mia specializzazione consisteva nella raccolta urbana di bottiglie vuote ancora in buono stato che portavo nei negozi dove, ricevevo una piccola cifra prevista per il vuoto a rendere delle bottiglie usate. Ero particolarmente bravo riuscivo sempre a trovarne, nei giardini, nei bidoni dell’immondizia, in giro per le strade e negli  scantinati. Ero molto bravo a pulire gli scantinati dalle bottiglie vuote che erano in attesa di essere riconsegnate ai negozianti. Il mio era un atto di cortesia verso i proprietari in quando evitavo loro  la fatica di consegnarli direttamente, non aspettavo che mi ringraziassero, anzi facevo molto attenzione a non farmene accorgere, casomai qualcuno avesse frainteso il mio gesto di altruismo e addirittura pensasse che fregavo le bottiglie vuote dai loro scantinati per andarmele a rivendere.

1968. L’orto di Famiglia.

Ritornato in Italia cambiai settore lavorativo, fui inserito dai miei genitori nel settore ortofrutticolo, a nove anni ero addetto alle problematiche idriche nell’azienda di famiglia: un piccolo appezzamento di terreno dedicato ad’ortaggi; infatti era un vero e proprio problema riuscire a tenere a freno l’acqua che fuoriusciva dai percorsi obbligati creati con la zappa e che servivano a indirizzarla nei vari settori in cui era suddiviso l’orto dove io svolgevo le mie mansioni. Il sistema di irrigazione utilizzato per irrigare l’orto era quello naturale, l’acqua veniva indirizzata nei vari settori attraverso una serie di passaggi obbligati realizzati con la zappa. Sempre con la zappa si realizzavano le aperture e le chiusure che permettevano di irrigare solo un settore per volta. La violenza dell’acqua era tale per cui spesso i piccoli margini di terra non reggevano, il mio compito era quello di correre qua e là con la zappa nel tentativo di arginare le falle e impedire che l’acqua si sperdesse nei campi invece di andare nei punti dove erano  le piantine. Peccato che la zappa era quasi più grande di me e peccato che l’acqua riusciva a fregarmi in continuazione “scassando” sempre nei punti più distanti da me. La cosa mi irritava moltissimo non tanto perché l’acqua rompeva i margini, anzi era interessante vedere la falla che man mano si allargava; ma per gli energici rimproveri che ogni tanto ricevevo quando questo avveniva.

1969. La mietitrebbia

Nel periodo della raccolta del grano lavoravo sulle mietitrebbie addetto ai sacchi di frumento che man mano venivano riempiti durante la raccolta. Il mio compito era quella di stare attento a quando i sacchi si riempivano, legarli, alzarli e buttarli dallo scivolo dove una volta arrivati a terra sarebbero stati raccolti successivamente. Una volta riempiti, i sacchi arrivavano a pesare tra le 50 e i 60 chili, considerando la mia età è probabile che tra me e i sacchi la differenza di peso doveva essere minima. Quello che ricordo maggiormente non era il peso dei sacchi ma il caldo bestiale che non era solo a causa del fatto che il lavoro consisteva nello stare sotto il sole per tutto il tempo, ma anche dal calore generato dalla stessa mietitrebbia, per completare il quadro, il pulviscolo che si veniva a creare a seguito della separazione del grano dal resto del frumento entrava dappertutto, e quando dico dappertutto mi riferisco al senso più ampio del termine.

1970. In segheria.

A dieci anni circa, fu deciso che io dovevo arricchire il mio curriculum vitae, smisi di andare a scuola, fui mandato in una segheria, dove venivano realizzate le cassette per imballaggi della frutta; lavoro non meno pesante dei precedenti, ma almeno avevo il mio primo stipendio, dal momento che nei lavori precedenti avevo lavorato sempre per i miei. La mia prima paga fu di 500 lire al giorno, peccato che la prima settimana invece di 2500 lire ne ricevetti solo 1200 in quando avevo inavvertitamente rotto “u bummulu”, il contenitore di terracotta per l’acqua a forma di anfora che allora si usava per tenere l’acqua fresca e a cui  tutti noi attingevamo per bere.  Il mio datore di lavoro decise che dovevo rimborsare le spese necessarie a comprarne uno nuovo, mi disse che lo faceva non per soldi ma per insegnarmi i principi della vita.

Era un tipo molto preciso il mio datore di lavoro, così preciso che tutte le volte che arrivava la finanza e noi ragazzi fuggivamo per non farci vedere (dice che neanche allora si poteva lavorare in nero soprattutto se si era ragazzini) al nostro ritorno ci diceva per quanto tempo avevamo smesso di lavorare e quindi ci detraeva dallo stipendio settimanale le ore non lavorate. Il mio datore di lavoro era una gran bella persona, ci dava il lavoro e ci insegnava i sani principi della vita. Peccato che la finanza non capiva questa sua magnanimità verso noi poveri ragazzi che altrimenti saremmo cresciuti in mezzo alla strada. Grazie a lui ci divertivamo un sacco a caricare quei bei tronconi di legno che poi sarebbero diventate gabbiette per la frutta, e non era poi così grave se qualcuno di noi si faceva un po’ male con qualche peso o con la cucitrice a pedale dove venivano assemblate le gabbiette e dove noi ragazzi inserivamo i “cugni” con cui si  assemblavano le cassette di legno. In pochi secondi si assemblava una cassetta: un ragazzino metteva il cugno sulla macchina un’altra persona, azionava la cucitrice elettrica, pigiando su un pedale, più o meno come le macchine da cucire a pedale. Solo che a causa della velocità, un attimo di disattenzione, la mano non ritirata velocemente e allora cugno e  dita di noi malcapitati venivano cuciti assieme. Ricordo che una volta dovetti usare una tronchesina per togliere il cugno cucito su uno delle mie dita e siccome ci tenevo a fare il “grande” non piansi neanche, feci una bella figura davanti a quelli più grandi, pero dentro di me non potei fare a meno di urlare “minchia che dolore”. Comunque sia se succedevano degli incidenti era sicuramente per colpa nostra e se per questo interrompevamo il lavoro, il tempo perso non ci veniva retribuito, mica per soldi, ci serviva a crescere più attenti e più forti.

1972. Il trattorista.

A tredici anni, dopo la bella esperienza in segheria e con qualche buco sulle dita, ritornai in campagna, ma questa volta non più con la zappa, ma con qualcosa di molto più grande e moderno: il trattore di famiglia, un Lamborghini 70 cavalli molto più grande dello strumento a cui ero abituato quando lavoravo nell’orto, ma il cui utilizzo comportava molto meno fatica, questo aspetto rendeva il lavoro più interessante dei precedenti, anche se non durò per molto tempo, meno di un anno.

1973. Lo sguattero.

 Quando avevo 13 anni la mia famiglia decise di trasferirsi nuovamente in Germania. Conoscemmo subito i problemi della intolleranza; infatti in Germania non tolleravano che i ragazzini sotto i 15 anni potessero andare a lavorare. Per fortuna un italiano all’estero trova sempre un altro amico italiano che ti aiuta, trovai lavoro in un ristorante italiano: addetto alla sanificazione delle vettovaglie, o lavapiatti che si voglia dire. Lavoro regolarmente in nero, la mattina iniziavamo dopo le 11, in compenso la sera il lavoro terminava alle due, tre di notte. Per tornare a casa, a notte tardi, passavo dalla stazione dei treni, un ambientino veramente edificante per un ragazzino di 14 anni.

Il mio nuovo datore di lavoro era un tipo all’avanguardia: nel 1973 applicava quelli che oggi vengono considerati i moderni concetti del controllo qualità. Periodicamente veniva a controllare come veniva svolto il servizio e se trovava una posata con qualche macchia di alone per farmi capire l’importanza che aveva un servizio svolto correttamente, buttava dentro il lavandino tutte le posate che nel frattempo avevo lavato, anche quelle pulite; che persona squisita il mio datore di lavoro. Un giorno mi disse che se mi sarei comportato bene avrei fatto carriera e che nell’arco di due o tre anni potevo anche aspirare a fare il cameriere, sempre se mi comportavo bene. Decisi che non meritavo tanta bontà e che alla prima occasione avrei fatto fagotto.

1973-1975 Le arti marziali

Una attività extralavorativa degna di essere ricordata era la palestra di Tae-kwon-do che frequentavo. Fosse solo perché mi ha insegnato a scaricare e a canalizzare nel modo giusto la grande rabbia in corpo che ho avuto sempre  in vita mia. Se non fossi stato in quella palestra e se non avessi avuto quel Maestro che non era solo un maestro di Tae-Kwon-do  ma per me, un vero maestro di vita, chissà che fine avrei fatto. Negli anni 70 andavano di moda le “bande”, non quelle che suonavano ma che se le suonavano, ce ne erano di tutti i tipi e di ogni provenienza, soprattutto nel mondo dei migranti e quando si incontravano tra di loro non era certo per prendere assieme un cappuccino. Coltelli, spranghe, catene e “nunchaku” andavano a ruba tra i giovani e giovanissimi di quel periodo. Era facile cadere nella trappola dell’appartenenza a questa o a quella banda, ma Il mio mai dimenticato maestro mi insegnò che la rabbia può essere una grande forza non distruttiva, se saputa gestire. Grazie Maestro Kurt, il mio debito con te non si estinguerà mai.

1974-1975. Alla stazione

Compiuti 15 anni, trovai lavoro presso una grossa società tedesca che era presente su tutto il territorio tedesco. Praticamente l’azienda provvedeva a coprire l’intera filiera che partiva dal mare, con i propri pescherecci, al consumatore, con i negozi che vendevano pesce fresco ma anche cotto e dove era  possibile anche pranzare. Io lavoravo in una stazione dove era il deposito di pesce per le varie filiali della zona. Il mio lavoro consisteva nello scaricare i vagoni di pesce che arrivavano dal mare del nord e di sistemarlo in apposite celle frigorifere, o di caricare i camion che avevano il compito di portarlo nelle destinazioni finali. Spesso la mattina presto, facevamo il giro delle varie filiali dove veniva venduto e cucinato il pesce, per la raccolta dell’immondizia del giorno prima, la portavamo con il camion presso la discarica pubblica: minchia che puzza, soprattutto in estate. Tutto sommato era un lavoro interessante, era pesante ma almeno ero assunto regolarmente e l’orario di lavoro era accettabile. 5 giorni settimanali che diventavano 4 in quando un giorno regolarmente pagato era destinato alla “berufschule” la scuola per lavoratori minorenni. Certo il freddo delle celle frigorifere a volte si faceva sentire. In estate la temperatura esterna arrivava quasi ai trenta gradi e considerando che nelle celle vi erano all’incirca venti grado sotto lo zero, capitava di subire sbalzi termici di quasi 50 gradi, ancora adesso, e soprattutto con qualche annetto sulle spalle, il mio corpo mi ricorda, con alcuni dolorini, quel periodo passato dentro le celle frigorifere. Il sabato per cambiare un po’ andavo alla stazione in una ditta vicino alla mia a scaricare vagoni, così tanto per non perdere l’abitudine. Ci pagavano in base alle ore effettivamente lavorate, e quando potevo prima di consegnare i soldi ai miei genitori, “rubavo” qualche spicciolo dalla busta che mi consegnavano a fine giornata.

1975. Lo scaricatore di camion

A 16 anni ritornai in Italia con la mia famiglia, continuai a fare lo scaricatore, ma  questa volta non di vagoni ma di camion, al locale mercato ortofrutticolo del mio paese e nei magazzini di condizionamento dei prodotti ortofrutticoli. Iniziai a stufarmi di quella vita, tra un camion e l’altro decisi che avrei dovuto cambiare qualcosa, avrei voluto studiare, prendere la terza media, il diploma e perché no anche la laurea. Che bello diventare un Ingegnere o un dottore e non essere più costretto a scaricare camion. Feci 2 scommesse con me stesso, una di queste era proprio quella di ottenere una laurea (l’altra non l’ho mai detto a nessuno, la dirò, per la prima volta, più avanti). Ma come potevo pensare a una cosa del genere: avevo la licenza elementare e nel paesino dove vivevo non c’era il doposcuola, potevo presentarmi da esterno ma non era così semplice lavorando per più di otto ore al giorno e passando la vita tra un camion e l’altro, tra un magazzino ortofrutticolo e il mercato del paese, alzandomi a volte alle tre e mezzo di notte. Ebbi modo di manifestare il mio desiderio di laurearmi ad amici e parenti, ma fui deriso e la reazione più benevole fu una pacca pietosa sulla spalla. Insomma, a dirla breve, non avevo il curriculum adeguato per lo scopo che mi ero prefissato. Dovevo inventarmi qualcosa, sì dovevo proprio inventarmi qualcosa.

1976 -1982. La Marina Militare

In quel periodo avevo la mania di leggere ogni cosa mi capitasse tra le mani, fumetti, riviste, pubblicità, qualunque cosa fosse più lunga di due parole. Un giorno ebbi la possibilità di leggere la pubblicità della Marina Militare dove si diceva: – Arruolati in Marina studierai e girerai il mondo – Porca vacca era proprio quello che desideravo. Mi allettava soprattutto la prima parte, avevo sofferto molto quando fui costretto ad abbandonare la scuola e quella poteva essere l’occasione della mia vita. E fu proprio l’occasione della mia vita.  Seppi solo dopo molti anni, che in quel occasione senza saperlo, mi scontrai con questi benedetti curriculum, per motivi che non ricordo o che non voglio ricordare, non avevo i requisiti necessari per farlo (sostanzialmente non avevo il curriculum adatto), credo che qualcuno a mia insaputa, diede una sistemata a qualche requisito per cui nel 1976, entrai a far parte della Marina Militare. Avevo 17 anni, tanta rabbia in corpo e tanta voglia di crescere.

Durante la selezione iniziale, chiesi che mi fosse assegnata la categoria di tecnico elettronico, ma, ovviamente, ancora una volta non avevo il “curriculum adatto”, avevo solo la licenza elementare e mi dissero che sarebbe stato troppo difficile per me, mi fu quindi assegnata la qualifica di meccanico e venni spedito a La Maddalena, ma io non avevo voglia di fare il meccanico; alla chiave inglese preferivo il cacciavite, e più piccolo era, meglio era, si faceva molto meno fatica, avevo ancora forte dentro di me il ricordo delle fatiche fisiche che avevo dovuto affrontare negli anni precedenti. Dovevo inventarmi qualcosa, e qualcosa mi sono inventato. Feci tanto di quel casino che alla fine qualcuno si impietosì di quel ragazzo testardo, per cui decisero di accontentarmi, almeno in parte: fui destinato a Taranto a fare il corso di elettricista, mi dissero che ai test attitudinali ero risultato un ottimo elemento ma che con la licenza elementare era il massimo a cui potevo aspirare.

Arrivato a Taranto continuai la mia battaglia, scoprì che quell’anno il corso di tecnico elettronico non era stato attivato ma che comunque ne era stato attivato uno considerato equivalente: elettromeccanico. In un colloquio con il Direttore della scuola allievi sottufficiali gli dissi che nonostante il “curriculum” mi sarei classificato primo all’esame previsto dopo i primi tre mesi di corso; proposi al Direttore una scommessa: se riuscivo nel mio intendo lui doveva promettermi di aiutarmi a passare al corso di elettromeccanico in caso contrario giuravo di non dare più fastidio e mi sarei rassegnato; accettò, forse pensando che era l’unico modo che aveva per tenermi buono.

Vinsi la scommessa per cui dopo tre mesi ritornai da lui a riscuotere il debito, il Direttore che mai si sarebbe aspettato una cosa del genere, pur ammettendo che era stato colpito da quello che ero riuscito a fare, cerco di convincermi a desistere, parlò di due pesci: uno piccolo e uno grande, secondo lui se io rimanevo nel corso di elettricista (la cui durata era di sole nove mesi) sarei potuto diventare la testa del pesce piccolo, mentre andando nel corso di elettromeccanico a causa delle mie innegabili carenze scolastiche potevo aspirare solo ad essere la coda del pesce grande, sempre che fossi riuscito a superare le varie selezioni periodiche che avvenivano durante i quasi due anni di corso, infatti mi disse che nel corso di elettromeccanico tutti i partecipanti avevano almeno due o tre anni di partecipazione agli istituti superiori mentre io avevo solo la licenza elementare, ed inoltre non poteva farmi iniziare il corso sin dall’inizio ma mi avrebbe eventualmente assegnato al corso già attivato dove avevano già fatto i primi tre mesi e quindi con un aumento ulteriore delle difficoltà a causa delle lezioni perse. Gli risposi che ero pronto a scommettere che sarei arrivato almeno all’altezza dello stomaco del pesce.

Il Direttore, colpito dalla mia caparbietà, si convinse a farmi passare al corso superiore, anche se neanche un mese dopo la sfortuna volle che mi facessi male e che a causa di un gesso alla mano perdessi altre venti giornate di lezione. La rabbia che avevo in corpo in quegli anni era molto più forte della sfortuna e grazie ai preziosi insegnamenti del mio caro maestro di Tae-kwon-do avevo imparato a domarla a mio vantaggio, lottai e vinsi nuovamente la scommessa, anzi la vinsi in modo egregio: alla fine del corso mi classificai primo, vinsi una borsa di studio e addirittura durante quel periodo ebbi modo di prendere, studiando da esterno e alla età di 18 anni, la terza media. 

Alla fine del corso il Direttore mi convocò e mi ringraziò perché mai si sarebbe aspettato che un ragazzino come me, che a mala appena conosceva la lingua italiana (e aveva ragione perché un po’ per la carenza scolastica, un po’ per motivi relazionali spesso non riuscivo a comunicare correttamente con gli altri)  avrebbe potuto insegnare qualcosa a lui che aveva anni e anni di esperienza di vita: lo ringraziai a mia volta perché senza la sua fiducia non avrei potuto dimostrare che sulla carta non sempre sta scritto tutto.

Diventai esperto elettronico addetto alla gestione dei radar della nave operativa più importante dell’epoca: il cacciatorpediniere Audace. Studiando da esterno, dopo che a diciotto anni avevo preso la terza media, a venti anni, presentandomi da esterno, presi il diploma di maturità. Nel frattempo non dimenticavo di fare il mio dovere di militare: due anni di corso per sottufficiali, primo in assoluto del corso e in seguito quattro anni di navigazione.

A bordo delle navi della Marina Militare ho svolto varie attività tra cui quella di essere stato il più giovane sottufficiale della Marina Militare a gestire nei fatti una Centrale di Tiro, coordinando una decina di persone e svolgendo una serie di esperimenti con i Radar del Tiro e svariate altre cose che in questa sede ometto perché per alcune di esse, allora non mi era concesso parlarne e quindi continuerò a non parlarne ma anche perché allungherebbero decisamente il discorso.

A ventidue anni, nel 1981, dopo due borse di studio di cui una offertami da quella che allora era la Marina Imperiale Iraniana, mi fu proposto di entrare in Accademia Navale, (era la logica conseguenza del percorso che avevo fatto, e nell’ambiente militare in genere sono graditi i simboli da esporre nelle varie manifestazioni al fine di motivare le giovani leve). Debbo molto alla Marina Militare, quel poco di buono che ho fatto, negli anni successivi, compreso la laurea lo debbo a Mamma Marina, ma il destino allora mi portò su altre strade. Creando qualche dispiacere a più di una persona, decisi invece di congedarmi e iniziare tutto da zero, cosa che avvenne nel 1982 all’età di ventitré anni.

1982 -1990. Pisa ed il periodo universitario

M’iscrissi, come semplice civile e senza la protezione di “Mamma Marina” a Scienze dell’Informazione all’Università di Pisa, in realtà neanche questa volta avevo un curriculum adatto allo scopo, l’Università di Pisa era allora tra le più difficili in Italia e io avevo preso il diploma di maturità studiando, da esterno, solo alcuni mesi e pur avendo preso 56/60 (il voto più alto di tutti i partecipanti agli esami di maturità) ero cosciente delle mie carenze scolastiche, inoltre non disponevo di molti soldi per mantenermi agli studi fino al raggiungimento della laurea, avevo qualche piccolo aiuto dai miei ma purtroppo non era sufficiente a mantenermi. Tra le varie attività svolte per mantenermi agli studi ho fatto vari lavori tra cui l’inserviente presso l’ANFASS a Livorno, In parole povere, dopo essere stato responsabile della Centrale di Tiro di Nave Audace, la nave operativa più importante della Marina Militare ed aver rinunciato ad una brillante carriera come ufficiale della Marina Militare ritornai a lavare piatti e a pulire gabinetti per mantenermi agli studi. L’esperienza presso l’ANFASS comunque fu importantissima per la mia crescita interiore. Avere a che fare con persone disabili fa capire, a volte, il vero senso della vita e ciò che loro riescono a dare è ben superiore di quello che i cosiddetti “abili” danno loro, per lavoro o per volontariato che sia. Per alcuni anni feci vari lavori saltuari fino a quanto fui assunto come elettricista. L’ultimo periodo dell’Università lo passai lavorando otto ore al giorno posizionando cavi di alta tensione all’interno dell’aeroporto di Pisa. La sera studiavo e in più di una occasione mi sono addormentato con la testa sopra i libri dell’università. 

1990-1995 La carriera informatica

A trenta anni, appena laureato, iniziò ufficialmente la mia carriera d’informatico. Avevo sentito parlare di una Società informatica, la Datamat, feci domanda ma non fu accettata perché il mio curriculum non era all’altezza, un laureato a trenta anni per giunta con il voto di 88/110 non attira le grandi società. Quando mi deciderò a pubblicare, se mai lo farò, il libro che racconta altri aspetti della mia vita, spiegherò come ci sono riuscito, fatto sta che dopo circa un anno ero in Datamat come membro del team di progettisti del software del primo satellite militare europeo “Helios” (lanciato il 7 Luglio del 1995 dalla base di Kourou nella Guyana Francese).

In seguito partecipai ad altri progetti di un certo interesse: progettista di un Sistema Informatico per la gestione delle attività dei cantieri per l’estrazione del vapore per il funzionamento delle centrali elettriche geotermiche dell’ENEL; progettista di alcune procedure informatiche per le prefetture; progettista di sistemi informatici per il settore sanitario; docente d’informatica per varie aziende organizzando e conducendo corsi d’informatica compreso alcuni corsi per il mio vecchio “datore di lavoro”: la Marina Militare.

1996 – 2000 consulenza e formazione

A trentasei anni, nel 1995, in ambito lavorativo avevo raggiunto il ruolo di “Program Manager”, una qualifica ambita nel campo dell’informatica, ma nel frattempo a causa dei miei nuovi studi (nel 1990 mi ero iscritto di nuovo all’Università di Pisa alla facoltà di Lettere, settore Conservazione dei Beni Culturali) e delle ferie trascorse in Sicilia, mi ero innamorato della Sicilia e delle sue immense ricchezze culturali. Mi resi inoltre conto di aver vissuto quasi trenta anni della mia vita fuori dalla terra in cui ero nato, decisi, a 37 anni, di iniziare di nuovo tutto da zero, questa volta con moglie e figlio a carico, mi licenziai e tornai nel luogo delle mie origini, senza lavoro e ricco unicamente della fiducia in me stesso. 

Iniziai, tra i primi in Sicilia, a occuparmi di Sistemi di Gestione per la Qualità; non avevo una grande esperienza nel settore, (il solito curriculum non adatto allo scopo), era però vero che in quel periodo in Sicilia non si trovavano molte persone esperte nel settore. Dovevo inventarmi qualcosa, e qualcosa mi sono inventato. Grazie alla mia volontà e a qualche amico che volle credere in me, divenni, dopo circa un anno dalla mia spericolata decisione di abbandonare quello che veniva considerato un lavoro sicuro, uno dei primi ispettori in Sicilia per la certificazione di Qualità e responsabile regionale del servizio per la certificazione di qualità della CNA  (Confederazione Nazionale degli Artigiani e delle PMI) regionale. Oltre all’attività di consulente, in questi anni ho svolto attività di progettazione e docenza per conto di vari enti di formazione

2000 – nascita del Centro Studi Helios 

A quarantuno anni, nel 2000, inizia la mia attività di Direttore del Centro Studi Helios, società che si occupa di formazione e promozione del territorio. Nell’intraprendere questa nuova attività ho capito subito che non avevo il curriculum adatto per fare l’imprenditore, non avevo (e non ho) la struttura mentale dell’imprenditore non avevo (e non ho), capacità commerciali e tutte quelle belle cose che ci vogliono per fare l’imprenditore ancora una volta dovevo inventarmi qualcosa, e qualcosa mi sono inventato, almeno per sopravvivere, in questo mondo di furbacchioni: l’idea è stata quella di proporre sempre nuovi servizi innovativi prima che si diffondessero in modo che fossero i clienti a cercarmi vista la mia incapacità a cercare loro. E su questo principio che ho fatto in modo che il Centro sia stato pioniere in molti settori: primo ente in tutto il meridione a essere accreditato dal Ministero della Salute per la formazione nel settore sanitario, primo ente siciliano autorizzato a effettuare corsi di aggiornamento online nel settore degli alimentaristi e della sicurezza, tra i primi enti in Italia ad occuparsi della formazione a distanza nel settore dell’apprendistato, dei Fitosanitari ed altro ancora. Allo stato, le piattaforme di E-Learnig del Centro Studi Helios contano circa 4.000 utenti iscritti e oltre 400.000 ore di formazione erogata. Ho anche realizzato una piattaforma di E-Commerce che mi auguro presto di far conoscere meglio (www.hermesonline.it). Tutte queste cose sono scritte nel curriculum vitae “standard” che potete leggere a parte. 

Anche nel settore della promozione del Patrimonio Culturale il Centro Studi Helios da me diretto ha operato con spirito innovativo: nel 2002 è stato uno dei primi Enti a progettare un corso per Esperti in Promozione Multimediale dei Beni Culturali; nel 2006 ha organizzato, unicamente con fondi propri, la “Settimana Multimediale del Barocco”, proponendo, tra i primi in Sicilia, un modo diverso e innovativo di promuovere il territorio grazie alle nuove tecnologie multimediali; nel 2008 ha prodotto un CD multimediale  nato per la presentazione di un libro di poesie e che ha visto armoniosamente miscelate poesie recitate intervallate da immagini pittoriche e musica di sottofondo.

A partire dal 2013 ho iniziato a realizzare i nuovi portali, o a ristrutturare quelli vecchi secondo una filosofia web non ancora molto conosciuta dai più. Spesso chi vuole essere all’avanguardia anche nei siti parla di web 2.0 io ho un po’ anticipato il concetto di web 3.0 ma anche questo può essere visto nel curriculum vitae “standard” che potete leggere a parte. 

Nel 2013 decisi che il mio progetto Heritage Sicilia, nato circa 10 anni prima  con l’obiettivo di promuovere il Patrimonio Culturale siciliano, non si limitasse solo alla realizzazione di siti internet e prodotti multimediali, nacque l’idea di Heritage Sicilia Eventi che prevedeva eventi culturali sul territorio ed un premio (Premio Heritage Sicilia) dedicato  a chiunque abbia, attraverso  la cultura, lo spettacolo o con il proprio operato, contribuito alla promozione della Sicilia e del suo Patrimonio culturale. Ma come portare avanti una cosa del genere in un periodo di crisi economica in un territorio come la Sicilia in cui sono poche le cose portate avanti senza utilizzare fondi pubblici e soprattutto come fare a convincere i vari attori del territorio della bontà della mia idea?. Quello che mi sono inventato è stato molto semplice, ho solo convinto alcuni amici stretti a darmi una mano per l’organizzazione degli eventi, per il resto non ho dovuto convincere quasi nessuno perché tutte le iniziative sono state realizzate quasi esclusivamente con le mie forze, anche economiche e le persone a me più vicine. Ho portato avanti così 2 edizioni di Heritage Sicilia Festival e vorrei farne altre ma per andare avanti dovrò ancora inventarmi qualcosa perché le forze e le risorse per gestire eventi come il Premio Heritage Sicilia non mi bastano, soprattutto quando si vive in un mondo in cui molti sono disponibili a salire su un carro ma solo se è del vincitore e soprattutto solo se è già in movimento e non sono costretti a spingere. 

Quasi sempre le iniziative intraprese sono state iniziate senza neanche la possibilità di confrontarsi con altri, per il semplice fatto che non c’erano ancora altri con cui confrontarsi. Nella realtà in cui viviamo, il successo è misurato nella capacità di far soldi, in questo senso ne io ne il Centro da me diretto, abbiamo mai avuto successo, molto probabilmente perché non ne siamo capaci o forse perché non abbiamo mai puntato su questo aspetto. Ogni volta riusciti a realizzare un progetto innovativo, i nostri sforzi si sono orientati verso nuovi traguardi. Potremmo dire che siamo più interessati al “fare” che al “vendere” ma forse il vero motivo è che l’unica cosa che sappiamo fare è “realizzare” senza nessuna capacità di tipo commerciale per capitalizzare le cose realizzate. Mi permetto anche di dire che forse, a differenza di altri, che hanno il progetto dell’ambizione io ho solo avuto l’ambizione dei progetto. 

1976 ad Oggi: Formatore

Nella mia vita ho fatto tantissimi lavori, ma forse quello del formatore è quello che mi ha accompagnato per una buona parte della mia esistenza e che forse ho più amato. Ritengo di poter affermare che la mia carriera di formatore sia iniziata nel 1976, quando giovane allievo della Scuola sottufficiale della Marina Militare e disponendo, come titoli, della sola licenza elementare, facevo il “Docente Doposcuola” per un gruppo di militari iraniani che frequentavano il corso di elettromeccanica assieme a me. Loro non capivano bene l’italiano, io probabilmente meno di loro, eppure riuscivo a trasmettergli qualcosa. Credo di averne avuto, indirettamente conferma quando dopo alcuni anni ebbi a vincere una borsa di studio dell’allora Marina Imperiale Iraniana, penso ci sia stato lo zampino dei militari iraniani a cui impartivo lezioni di doposcuola. Forse un modo per ringraziarmi di ciò che avevo fatto per loro, anche se non l’ho mai saputo ufficialmente, soprattutto per gli avvenimenti che subito dopo portarono alla caduta dello Scià di Persia.

Nel curriculum standard, ho allegato un elenco, non esaustivo, perché di molti eventi ho perso le tracce o sono stati erogati in modo non ufficiale, dei  corsi da me progettati e/o dove ho svolto attività di docenza oppure ho elaborato le dispense. Dall’elenco allegato si evince come abbia progettato corsi per oltre 10.000 ore di formazione di cui 4000 in modalità E-Learning e oltre 6500 ore in modalità residenziale e svolto circa 6.000 ore di docenza, di cui oltre 2.200 ore in aula ed il resto in modalità FAD. Di tutte le ore di cui ho svolto docenza io stesso ho provveduto ad elaborare le dispense. 

2018 l’anno della resilienza

Nel 2018, a soli 59 anni, ho capito una cosa importantissima che avrebbe cambiato ancora una volta il senso della mia vita.  Ho sempre saputo di non avere i requisiti che dovrebbe avere un imprenditore, ma dopo 30 anni di formazione, aver progettato oltre 12.000 ore di formazione, svolto circa 6.000 ore di docenza ed essere stato, in più di una occasione, pioniere in molti campi della formazione, mi ero quasi convinto di essere un professionista della formazione; scoprire che tutto ciò era pia illusione è stato un duro colpo che ha rischiato di distruggermi mentalmente e fisicamente, e se questo non è successo lo devo principalmente a 2 cose: l’amore ed il senso di responsabilità verso la mia famiglia e il mio antico carattere che mi fa dire, nei momenti più difficili:  “se la sconfitta deve arrivare, non mi farò trovare seduto ad aspettarla”.

Un professionista della formazione analizza la domanda e mette a disposizione una offerta adeguandola in funzione del variare della domanda stessa. Ecco l’elemento chiave che non avevo capito: adeguamento della propria offerta al variare della domanda. Tutto ad un tratto, come un fulmine a ciel sereno, una sera di Agosto del 2018 mi accorsi che non ero in grado di adeguare la mia offerta formativa alla domanda proveniente dal territorio o perlomeno a quella che io percepivo, forse erroneamente, come tale: dare risposte veloci e facili ai bisogni, che si traducevano, nella sostanza, nell’avere, prima possibile, il “pezzo di carta che mettesse a posto”, cosa che non coincide molto con il mio modo di fare formazione. E questo era il motivo per cui la mia offerta formativa, funzionava solo fino a quando ero l’unico o quasi, a proporre certe offerte formative, mentre nel momento dell’arrivo di altri concorrenti “professionisti della formazione” la mia offerta diventava “inadeguata”.  Se a questo aggiungiamo alcune scelte “insane” come quella di non accettare sponsorizzazioni delle case farmaceutiche per i corsi ECM, non attivare “meccanismi di facilitazione”, non utilizzare in modo cinico e opportunistico  meccanismi “amicali” o “relazionali” e chiaro come il primo nella lista degli inadeguati fossi io.  

Per non soccombere, applicai, come altre volte nella mia vita, il principio della resilienza, decidendo di riorganizzare la mia offerta formativa, integrandola con corsi di formazione di alta specializzazione rivolti ad un settore di nicchia, almeno rispetto a quelli che avevo seguito precedentemente e con contenuti innovativi ma soprattutto legati ad un reale bisogno di formazione da parte dell’utenza ed alla mia passione ed a una discreta conoscenza trentennale del settore: patrimonio culturale, quality management e turismo.   

Per l’ennesima volta la mia decisione si scontrava con un piccolo particolare: “non avevo il curriculum adatto” né i corsi che volevo proporre, legati a mio avviso, ad una reale esigenza formativa del settore turistico, erano stati normati o mai riconosciuti da una norma o struttura nazionale. Dovevo inventarmi qualcosa, e qualcosa mi sono inventato.

A farla breve, almeno in questa sede, mi limiterò a descrivere i risultati ottenuti dopo 8 mesi da quello che era destinato a diventare un “capitolo finale”.

  1. Attivazione di corsi formativi di alta specializzazione che vedono coinvolti (maggio 2019) circa 100 allievi provenienti da tutto il territorio italiano per un monte ore formativo in E-learning di oltre 31.000 ore.
  2. Istituzione dell’Associazione Italiana Professionisti del Turismo e Operatori Culturale (AIPTOC), prima Associazione del settore, inserita nell’Elenco delle Associazioni  Professionali che rilasciano l’Attestato di qualità e di qualificazione professionale dei Servizi del Ministero dello Sviluppo Economico (MISE). L’Associazione è presente, con i propri soci su tutto il territorio nazionale.
  3. Attivazione del progetto TCF (Tourism Competence Framework) che mira ad implementare un Quadro delle Competenze per il settore turistico-culturale in linea e in conformità a quanto previsto dai Quadri europei EQF e e-CF.
  4. Sviluppo del modello MICOT: Modello Integrato della Competitività dell’Offerta Turistica
  5. Attivazione del progetto TQI (Tourism Quality Improvement) che mira al miglioramento della qualità nel settore turistico-culturale, attraverso l’individuazione di fattori, indicatori e standard di qualità settoriali e relativi marchi o attestazione di qualità.
 

La seconda scommessa: diventare scrittore

A differenza, del desiderio di laurearmi, che condivisi fin da subito, non ho mai detto a nessuno (questa è la prima volta che la rendo pubblica), la seconda scommessa che feci con me stesso quando avevo 16 anni: un giorno avrei scritto almeno un libro.

Perché questa scommessa? Per capirlo bisogna prendere in considerazione il fatto che lasciando la scuola a 10 anni, l’unica mia fonte di sapere e di crescita interiore erano i fumetti prima, ed i libri poi. Avevo la mania della lettura, un giorno barattai l’orologio della prima comunione per alcuni fumetti, immaginatevi la contentezza dei miei genitori nel venire a conoscenza di questo. Ho sempre amato i libri e quando ho potuto li ho acquistati, di prima, di seconda o di terza mano, purché fossero leggibili. Quando ero studente a Pisa, in più di una occasione ho usato i soldi del pranzo per acquistare un libro e adesso, a casa mia mi ritrovo circa 4.000 volumi, tra romanzi, saggi, enciclopedie e quant’altro. Non ho mai invidiato i soldi altrui, ma le biblioteche sì e se da giovane, ladro sono stato, lo sono stato per i libri. Le “truvature”, ossia i tesori incanti, argomento di tante leggende antiche, nei miei sogni non erano con forzieri di monete d’oro ma scaffali di libri antichi. Scrivere un libro significava per me far parte di quel mondo che ho amato per tutta la vita, quello degli scrittori che raggiungevano l’immortalità attraverso le proprie opere.

Sono sempre stato cosciente che non era (è non è) facile superare le difficoltà che può comportare la mia limitatissima conoscenza della lingua italiana. Soprattutto per chi come me non ha mai studiato, nei fatti, neanche i basilari della grammatica. Da ragazzino, e sicuramente fino ai primi anni della Marina Militare, avevo molte difficoltà nel comunicare, probabilmente non solo per un fatto linguistico ma per motivi psicologici che non racconto in questa sede. La conseguenza di tutto questo era che ero visto agli occhi degli altri osservatori (non attenti) come un idiota e questo mi faceva soffrire molto, soprattutto quando questo avveniva nel contesto famigliare. “Loro” non sapevano che nonostante non riuscissi a comunicare in modo adeguato i miei pensieri, io capivo, e sopratutto, “sentivo” le loro parole, i loro giudizi, a volte espressi davanti a me come se non ci fossi o semplicemente come se non capissi, appunto, come un idiota. “Loro” non sapevano quante volte ho pianto per la frustrazione, “Loro” non sapevano  che hanno contribuito ad alimentare, dentro di me, quella rabbia che in seguito si trasformò in energia, ma questa è un’altra storia… 

Ma ritorniamo a noi, in tutta la mia vita il tempo dedicato allo studio della lingua italiana, si limita forse a qualche mese, non di più.  Può sembrare strano ma è così e cercherò di dimostrarlo.

A parte lo studio della grammatica fatta durante il periodo della scuola elementare, il tempo dedicato a studiare tutte le materie relative ai 3 anni della licenza media, presa a 18 anni durante la frequenza del corso sottufficiali della Marina Militare, si risolve a circa un mese effettivo.

Stessa cosa per il diploma (Istituto Professionale), preso dopo 2 anni dalla terza media. Infatti, grazie al corso di elettromeccanico fatto in Marina Militare, mi furono “abbuonati” 2 anni del professionale, io mi presentai dall’esterno per gli altri tre anni, ma nei fatti, non avendo mai frequentato, dovetti studiare anche le materie del primo e del secondo anno. In sostanza, all’esame presentai, e fui interrogato, su tutte le materie del quinquennio. Il tempo dedicato a studiare tutte le materie dei 5 anni è stato all’incirca tre o quatto mesi, studio effettuato durante l’impegnativa navigazione in mare con la nave Audace della Marina Militare. Non ho contato il tempo impiegato a studiare la lingua italiana, ma credo sia stato poco, molto poco.

All’esame di Maturità (Tecnico delle industrie elettriche ed elettroniche), ebbi il voto di 56/60, mi dicevano allora, che era stato il voto più alto dell’Istituto, una bella soddisfazione dopo aver dedicato solo alcuni mesi alla preparazione delle materie relative a 5 anni di studio. Ovviamente non ero un genio, altrimenti non mi troverei adesso dove mi trovo, a rimpiangere tutte le minchiate fatte in vita mia, diciamo che ero “carico”, potremmo dire che avevo la “scossa dentro” che faceva andare veloci i miei neuroni”. E’ a dirla tutta, alcuni mesi prima la “scossa” la presi sul serio; ero a bordo di nave Audace, in quel periodo avevo un certo “orecchio” nel sentire i guasti delle apparecchiature a me assegnate. In una occasione sentì un rumore strano in una parte specifica del radar del tiro, da buon idiota, mi avvicinai per sentire meglio, forse mi avvicinai troppo al magnetron, la valvola alimentata ad alta tensione (20.000 Volts) che serviva a generare le onde elettromagnetiche del radar. Il risultato di quel incauto gesto fu un un “arco voltaico”  che mi scaricò addosso un po di elettroni, entrarono dalla spalla e mi uscirono dalla mano appoggiata su un punto che era a massa. Ebbi il tempo, prima di svenire, di chiedermi da dove veniva quella puzza di bruciato che sentivo, poi capì che ero io. C’è mancato poco che ci rimanessi, ma anche questa è un’altra storia. Per scherzare dico sempre che all’epoca, le sinapsi dei miei neuroni celebrali andavano veloci grazie alla scossa di 20.000 volt che avevo ricevuto.  

Ma ritorniamo ancora a noi, stavo cercando di dimostrare come sia stato esiguo il tempo dedicato allo studio della lingua italiana. Quando nel 2003 mi congedai dalla Marina Militare per andare all’Università di Pisa scegliendo una facoltà tecnica come Scienze dell’Informazione (oggi informatica) non è che si studiasse molto la lingua italiana. L’unico contatto che ho avuto con la scrittura non è stato attraverso lo studio ma attraverso la lettura di migliaia di libri che conservo ancora tutti, o quasi tutti, a casa mia. E’ come quelli che imparano una lingua straniera direttamente “sul campo”, ovviamente con tutti i limiti che questo comporta. Per anni quando sentivo parlare del congiuntivo, ho pensato avesse a che fare con i problemi agli occhi.  

Ecco quindi che, non ho mai avuto (e non ho) il curriculum adatto per poter scrivere ed avere l’onore di considerarmi uno scrittore. Eppure, questo non mi ha mai impedito di scrivere, sin da bambino, nei modi e nelle forme che mi erano consentite dal mio livello di conoscenza della lingua italiana. Spesso senza far conoscere agli altri, per vergogna o pudore, ciò che scrivevo, a volte timidamente, pur conscio dei miei limiti, mi esponevo, come quando a 17 anni partecipai ad un concorso di poesia indetto dalla Scuola Sottufficiali della Marina Militare di Taranto. A poco a poco, ho preso coraggio, grazie anche alla mia attività di formatore, ho iniziato a scrivere e divulgare i miei scritti. Mi sono accorto, in questi ultimi anni che ho scritto tanto, ma veramente tanto; solo nel settore della didattica ho scritto dispense per oltre 6.000 ore di formazione, ho scritto articoli pubblicati in qualche rivista, ho scritto circa 4.0000 schede relative ai monumenti catalogati nella Data Maps Heritage visitabile sul portale “La Sicilia in Rete” e parlando proprio di questo portale, devo dire che la quasi totalità delle svariate migliaia di pagine web che lo compongono  è scritto da me. Credo di aver scritto tantissimo, ma senza pubblicare, se non sotto forma di articoli sparsi su qualche rivista o su Internet, almeno fino ad adesso.

Ultimamente, grazie agli amici di Linea Verde di Rai 1, che hanno deciso di impostare parte di una loro trasmissione su un mio articolo relativo alla Grotta della Capra d’oro che mette in relazione le “truvature” e gli antichi sacrifici umani, in particolare i sacrifici edilizi, sono stato intervistato nella loro trasmissione andata in onda il 18 Marzo 2018 su Rai 1. Nell’intervista sono stato paragonato, nientedimeno che a Gavino Ledda l’autore di “Padre Padrone”. Ringrazio molto gli amici di Rai 1, ma il paragone è del tutto immeritato, a parte la gioventù sofferta e il servizio militare, mi sento un microbo rispetto a scrittori come Ledda.  

Il fatto sta, che grazie agli amici di Rai 1, per la prima volta mi sono sentito dare dello “scrittore”, addirittura in una trasmissione andata in onda sulla principale Tv nazionale, un sogno per noi comuni mortali. Essere chiamato “scrittore” era effettivamente il mio sogno antico che non ho mai raccontato a nessuno, perché pienamente cosciente del mio “curriculum” inadatto, ecco perché ho deciso adesso di riprendere tutte ( o quasi) le cose scritte negli ultimi 40 anni e pubblicarle ufficialmente con il fatidico “numerino” ISBN.  Pubblicherò buona parte dei miei lavori, in particolare sulla Storia di Sicilia ed alcuni saggi su argomenti vari, assieme alle guide turistiche e a libri fotografici che raccontano la mia “amata” terra; e li pubblicherò nonostante i miei limiti, sperando che i lettori si concentrino più sui contenuti che sugli inevitabili svarioni linguistici.  

 Credo di poter affermare che la mia voglia di scrivere libri di storia o saggi non sia presunzione o usurpazione di spazi altrui ma desiderio di trasmettere ad altri, nei modi che mi sono consentiti, la sensazione di appagamento che trovo quando studio argomenti come la  storia, le antiche religioni o semplicemente il mondo che ci circonda.

L’elenco aggiornato delle mie pubblicazioni allo stato attuale lo trovate all’interno della pagina web: https://www.lasiciliainrete.it/libri/

Per finire

Quello descritto è il mio vero curriculum, quello senza fronzoli, forse poco ortodosso ma fa parte della mia vita, non facile, vissuta all’insegna della lotta contro i pregiudizi ma forse principalmente contro me stesso. Adesso mi sento stanco, molto stanco e quando questo avviene è forte il desiderio di chiudersi in se stessi e guardare al passato, ma ho tante cose da fare e battaglie non vinte e che forse non vincerò mai, da portare ancora avanti. Come ho detto all’inizio,  continuerò a lottare, almeno fino a quando avrò forza sufficiente per farlo, forse perché non sono capace di altro, forse perché non mi è concesso altro.  Ci sarebbero molte cose che potrei raccontare che pur non facendo parte della mia vita lavorativa hanno segnato il mio passato. Un giorno, se ne avrò voglia e se ci saranno i presupposti racconterò un’altra storia; un piccolo cenno mi permetto di darlo già adesso: Il racconto di quella volta che contribui a salvare nave Audace e forse, centinaia di persone e lo hanno saputo in pochi. 

1979: L’incendio su Nave Audace

 

Ignazio Caloggero

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