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Riflessioni
Sul concetto di Democrazia

 Due sono le caratteristiche, che esprimono l’essenza della democrazia: la sovranità della maggioranza e la libertà.
 
(Aristotele: La Politica)

Il concetto di democrazia si presta a molteplici interpretazioni e, anche quando sembra vi sia concordia sul significato da attribuire a tale termine, si scopre che all’atto pratico risulta particolarmente elevato il grado di discrezionalità con cui tale concetto viene applicato. Il significato che si è dato alla Democrazia ha in realtà assunto forme diverse a seconda dei tempi, dei luoghi e della stessa evoluzione culturale della società.

Lo stato ideale, secondo la concezione platonica, era quello aristocratico retto da filosofi, dove col termine filosofo è da intendersi una categoria di uomini dotati di sapienza, nonché  di grande spessore morale, che anteponga il bene comune al proprio, di intelligenza superiore e esperti nell’arte della politica.

Su queste basi quindi la politica doveva essere necessariamente riservata a pochi eletti che avevano il dovere di applicarla per il bene di tutti.

In realtà già prima, Protagora (più vecchio di circa cinquanta anni rispetto a Platone e contemporaneo di Socrate) la pensava diversamente: affermava, infatti, che tutti dovevano partecipare alla vita politica, accettando (nel senso più ampio), il concetto di democrazia.

Secondo Aristotele la democrazia era una forma degenerata di governo, così come lo erano la tirannia e l’oligarchia, anche se ammetteva che la democrazia era la forma più sopportabile di degenerazione.

Personalmente, pur apprezzando molto dei concetti aristotelici, ho estrema difficoltà a capire come la democrazia possa essere in qualche modo una forma degenerata di governo, anche se ammetto che ai tempi di Platone e Aristotele questa forma di governo, come la intendiamo oggi, forse non sarebbe stata possibile, ma adesso, a distanza di più di  duemila anni, potremmo pensare che la società abbia raggiunto un grado di evoluzione culturale e mentale tale che il diritto a partecipare alla vita politica possa essere esteso al di fuori della cerchia degli “eletti”.

Con quest’ultimo termine non mi riferisco solo a coloro che fanno parte di una élite di intellettuali intesa nel senso platonico o aristotelico né alla classe degli “eletti” dal popolo ma a quella casta di privilegiati i cui meccanismi, per entrarne a farne parte, sono spesso lontani dagli stessi principi a cui si ispiravano gli antichi filosofi. 

Potremmo pensare a tre livelli di democrazia: quella che tiene conto dell’opinione di pochi (locus paucorum), quella che tiene conto dell’opinione di molti (locus multorum), quella che tiene conto dell’opinione di tutti (locus omnium).

Il governo dei pochi è in realtà una falsa democrazia che una vera e propria forma di governo del popolo.

 Il massimo grado di democrazia, infatti, si ha quando tutti possono partecipare alla vita del governo; tuttavia, la cosa crea qualche difficoltà, superabile, a mio avviso, se si applica in modo corretto il concetto di rappresentatività. Infatti, il governo dei molti, dove ogni esponente del governo rappresenta una parte di società, si avvicina al tipo di governo che tiene comunque conto se non della totalità almeno della maggioranza dei cittadini.

Il problema si sposta quindi nel concetto di rappresentatività di chi governa: se è reale, siamo in democrazia; se è artificiosa, siamo in una oligarchia.

I concetti appena esposti vanno applicati ai vari livelli di organizzazione possibile, dalla nazione a quella della singola struttura di partito. In quest’ultima forma organizzata la democrazia si traduce nel saper garantire i principi che portano tendenzialmente alla massima partecipazione, sia al governo della cosa pubblica, sia al governo del partito stesso. Mi riferisco, in particolare, al fatto di permettere un reale pluralismo interno, garantendo alle singole componenti culturali e politiche di concorrere all’azione politica e alla rappresentatività degli organismi che lo costituiscono ai vari livelli.

Si deve considerare la libertà delle iscritte e degli iscritti come valore da tutelare, permettendo (e accettando) che le scelte di ognuno possano avvenire nel rispetto del bene comune del partito, ma anche della propria coscienza individuale.

E’ perfettamente legittimo che, all’interno di una dialettica interna al partito, si vengono a creare situazioni per cui su determinati argomenti si formino maggioranze e minoranze; se così non fosse, verrebbe forte il sospetto che, alla lunga, ci si trovi di fronte ad un appiattimento di idee.

Il problema è dato a volte, dal modo con cui si formano e come si sostanziano   questi rapporti, come la maggioranza tratti la minoranza, e da come la minoranza accetti il fatto di essere tale.

I cosiddetti rapporti di forza dovrebbero crearsi sulle idee e sui metodi, al contrario, in seno ai partiti, pur riconosciuti democratici in quanto tali, si assiste purtroppo frequentemente a situazioni in cui prevale la logica dell’aggregazione sulle persone, intese in quanto tali.

In uno spirito democratico bisogna evitare il principio che, una volta formatasi, una maggioranza si arroghi il diritto di schiacciare la minoranza, rea di esistere e quindi meritevole di soccombere in quando la sua esistenza contrasterebbe con il desiderio di una uniformità da imporre a tutti i costi. Deve invece prevalere il principio secondo cui il livello di democrazia sia tanto più elevato quanto è più alta la capacità di rispettare le minoranze.

Deve essere altrettanto chiaro però che, nel rispetto delle coscienze e dei ruoli, una minoranza deve comunque accettare le regole democratiche e quindi anche le decisioni della maggioranza.

Volete segnalare la vostra opinione? potete farlo nell’area commenti in basso o attraverso il gruppo fb: “La politica del Kaizen”

 

 

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