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Mito dei Ciclopi

Luoghi indicati nel registro LIM della Regione Sicilia (Luoghi dell’Identità e della Memoria)  – Settore “Luoghi degli dei e divinità minori:

  • Arcipelago dei Ciclopi (Acitrezza, prov. Catania)
  • Rocca Salvatesta (Novara di Sicilia, prov. Messina)
  • Bronte (prov. Catania)
  • Vulcano Etna (prov. Catania)
  • Isole Eolie (prov. Messina)

Il mito dei Ciclopi è in qualche modo in stretta correlazione con quello dei Giganti pertanto nel nostro studio abbiamo messo sullo stesso piano Ciclopi e Giganti. La regione Sicilia, per quanto riguarda l’inserimento nel Registro dei luoghi della memoria (LIM) li distingue nettamente. Per vedere i  luoghi associati ai Giganti inseriti nella LIM si veda la scheda “I Giganti”

Il popolo dei Ciclopi, ricordato anche dallo storico Tucidide (lib VI.2) è, secondo Omero, un popolo di Giganti antropofagi, forti e dediti alla pastorizia. Ciò che caratterizzava questo popolo, oltre alla grande statura, era il fatto che possedevano un unico occhio in mezzo alla fronte. Tommaso Fazello [2], parlando del popolo dei Giganti, li dipinge come dei gran cattivoni:

“Questi, confidando nella grandezza e nella forza del loro corpo, inventate le armi, facevano violenza su tutti e, schiavi dei piaceri, si procurarono ampie e lussuose dimore, strumenti musicali e ogni delizia. Erano mangiatori di uomini, si procuravano bambini non nati, e se  li preparavano per i pasti; inoltre, si univano carnalmente alle madri, alle figlie, alle sorelle, ai maschi, ai bruti. Non c’era delitto che essi non commettessero, spregiatori, quali erano, della religione e degli dei”. 

Il Fazello che crede nei ciclopi chiamandoli popolo dei giganti, racconta di numerosi ritrovamenti anche in Sicilia di cadaveri di giganti, che però, una volta venuti alla luce, si riducono in polvere, non lasciando tracce se non qualche dente.

Alessandro Gherardini: Vulcano e i Ciclopi nella fucina – Pittura del XVIII sec.  

Tra i sostenitori dell’esistenza di un popolo con le caratteristiche attribuite ai ciclopi, c’è chi afferma che all’origine della credenza che i ciclopi avessero un unico occhio, fosse l’abitudine del popolo dei ciclopi di cacciare le prede tenendo un occhio chiuso per facilitare la mira durante il lancio delle lance.

Un ipotesi recente vuole che i crani ritrovati nel passato in molte grotte dell’altopiano ibleo  e attribuiti ai Ciclopi siano invece quelli della femmina di un elefante nano, l’”Elephas falconeri” di statura non superiore ai 90 centimetri e con una conformazione particolare del cranio: il toro frontale che costituisce l’attacco della proboscide elefantina, con la tipica forma a otto orizzontale, è stato confuso con l’unico occhio dei Ciclopi [2b].  

Scheletro di “Elephas falconeri” proveniente dalla grotta di Spinagallo (Siracusa)

La loro sede era costituita dalle regioni dell’Etna ed al più famoso di essi, Polifemo, è legato uno degli episodi della leggenda di Ulisse:

Polifemo era figlio del dio Poseidone, faceva il pastore e viveva con il suo gregge in una caverna. Ulisse sbarcato in Sicilia assieme a suoi dodici compagni, gli chiese ospitalità, ma Polifemo invece di accoglierli ospitalmente li catturò con l’intenzione di divorarli, cosa che iniziò subito a fare con alcuni di loro.  A modo suo Polifemo era un personaggio di buone maniere, promise infatti a Ulisse che l’avrebbe divorato per ultimo per ringraziarlo del vino  che aveva avuto in dono. Quando il Gigante chiese all’eroe omerico, quale fosse il suo nome, l’accorto Ulisse, che aveva capito con chi aveva a che fare, gli rispose che il suo nome era Nessuno. Di notte, mentre Polifemo era addormentato sotto l’effetto del vino, Ulisse e i suoi uomini, aguzzarono un grosso palo e lo conficcarono dentro l’unico occhio del ciclope accecandolo. Polifemo gridò aiuto chiamando gli altri ciclopi, ma quando questi gli chiesero cosa stesse succedendo egli rispose che Nessuno aveva cercato di ucciderlo con l’inganno, per cui gli altri ciclopi se ne andarono. Ulisse per uscire dalla caverna senza che Polifemo se ne accorgesse, si legò sotto il ventre di un grosso montone e invitò i suoi compagni a fare altrettanto; quando la mattina Polifemo fece uscire il gregge, pur controllando i montoni non si accorse della fuga di Ulisse e i suoi compagni.

Ulisse acceca Polifemo: Museo archeologico di Argos – Grecia

Una volta credutosi al sicuro sulla sua nave, Ulisse volle gridare il suo vero nome al Ciclope, ma la cosa per poco non  costò la vita  a lui e ai suoi compagni, in quando Polifemo un pochettino arrabbiato per lo sgarbo che gli aveva fatto Ulisse accecandolo, prese una rupe e la lanciò, riuscendo quasi a colpire, nonostante la cecità subita, la nave di Ulisse.

Secondo la tradizione le isole dei ciclopi, conosciute come i faraglioni dei ciclopi che si trovano davanti ad Acitrezza sono proprio i sassi lanciati da Polifemo verso la nave di Ulisse 

Faraglioni dei Ciclopi – Acitrezza

La tradizione popolare siciliana ha voluto mantenere in qualche modo il ricordo dei Giganti che in alcuni racconti popolari vengono visti come uomini grandissimi, mangiatori di uomini, ma, come il loro precedessore Polifemo, dotati di una “minchionaggine” grande non meno della loro statura [3].

Piazza Armerina: Villa Romana del Casale – Vestibolo di Polifemo

[2] Storia di Sicilia libro primo, capitolo sesto.

[2b] Carmelo Petronio: La Sicilia: Geologia e Paleobiologia nel quaternario. In Un Ponte fra l’Italia e la Grecia – Atti del Simposio in onore di Antonino Di Vita.

[3] Giuseppe Pitrè: Usi e costumi credenze e pregiudizi del popolo siciliano. p.204

Inserimento scheda: Ignazio Caloggero

Foto: web

Contributi informativi:  Ignazio Caloggero, Regione Sicilia

Nota esclusione responsabilità

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