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Ibla 

Quanto segue è estratto da 2 libri:

Culti, Miti e Leggende dell’Antica Sicilia (Autore: Ignazio Caloggero – ISBN: 9788894321913) e La Sicilia tra Storia, Miti e Leggende – Vol. 1: Dalla Preistoria ai Fenici  Autore: Ignazio Caloggero – ISBN: 9788894321951)

La dea Ibla

Il Solarino[1] fa intendere che, nel periodo dei Sicani e dei Siculi, dovevano esistere molti santuari consacrati al culto della dea Ibla e che, intorno ad alcuni di essi, si raccolsero, in seguito, dei centri abitati. In realtà bisogna dire che, non ci sono notizie certe sul culto di una divinità di nome Ibla. Il Di Blasi[2], citando lo storico Pausania, scrive che in Ibla Galeote vi era un tempio dedicato alla dea Ibla, venerata da una corporazione di sacerdoti, indovini ed esperti nell’interpretare i sogni. Tali sacerdoti erano soprannominati “Galeoti“.

Una moneta conservata nel monastero dei padri cassinesi di Catania presenta da un lato una donna velata con ornamento al collo (ritenuta la dea Ibla), dietro a cui c’è un’ape, e sull’altro una donna appoggiata ad un’asta con un vaso alla mano, un cane ai piedi e la scritta ΥΒΛΛΣ  ΜΕΓΑΛΑΣ  [8]

Si hanno invece notizie di varie località o città con un nome simile, anche se questo non vuol dire che esista una relazione tra questi luoghi e il culto della dea Ibla. Di una Ibla italiana diversa da quelle siciliane parlano Stefano Bizantino e Claudiano[3]. I Germani avevano una divinità di nome Iludona o Ibladana, custode dei focolai (questa divinità germanica era nota anche con il nome di Hludana o Hluthena ed era venerata anche dai legionari romani di stanza in Germania[4]); tra i Galli vi era la dea Isbel, chiamata anche Belisana o Belinuccia. Una località irlandese abitata dai Celti era chiamata Ibla o Iblana ed una Ebla molto famosa esisteva in Siria prima ancora che in Sicilia si potesse parlare di Sicani e di Siculi.

Scrittori del passato non hanno mai ipotizzato legami tra il culto della dea Ibla e la città di Ebla in Siria, per il fatto che la definitiva locazione di Ebla è avvenuta solo di recente, nel 1968 ad opera dell’archeologo Paolo Matthiae e che gli scavi in questo luogo non sono stati ancora completati.

I primi insediamenti nell’Ebla siriana vengono fatti risalire al 3000/3500 a.C. e verso il 2600 a.C. Ebla ricopriva un importante ruolo politico e commerciale. Fu distrutta una prima volta verso il  2300/2200 a.C. e, dopo una fase di ricrescita, fu nuovamente distrutta nel 1600 a.C. Dopo l’ultima distruzione, la città fu abbandonata quasi completamente perdendo, nell’arco di qualche secolo, anche i suoi abitanti.

Afrodite

E’ probabile che, tra i popoli che giunsero in Sicilia nel II millennio a.C., vi fossero dei gruppi provenienti dalla potente Ebla in seguito ad una delle distruzioni prima riferite. E’ anche ipotizzabile che alcuni di questi gruppi, una volta arrivati a destinazione, abbiano, in qualche modo, voluto conservare un ricordo della potente patria dando vita al culto di una divinità con lo stesso nome, poi trasformato in Ibla.

Nell’antichità non era insolito personificare la propria città d’origine. A Roma, ad esempio, esisteva un tempio edificato da Augusto in onore della dea Roma, personificazione e apoteosi della stessa città di Roma[5].

Si potrebbe anche pensare che la divinità il cui nome fu poi trasformato in Ibla, fosse effettivamente venerata dalla gente che emigrò nella nostra Isola.

Una delle ipotesi, che giustificherebbe la perdita delle tracce dell’esistenza di questa dea potrebbe dipendere dal fatto che Ibla fosse una divinità tellurica, legata, pertanto, agli aspetti della natura così come lo era Demetra. L’affinità tra il culto di Ibla e quello di Demetra avrebbe, in seguito, fatto confluire il culto di Ibla in quello di Demetra. Un’altra ipotesi collega il culto di Ibla con quello di Afrodite protettrice della fecondità oltre che della bellezza.

Il fatto che Ibla sia stata associata ora a Demetra, ora ad Afrodite, potrebbe non essere casuale, infatti
 una divinità che per le sue caratteristiche sembra abbia dato origine alle divinità di Demetra e Afrodite, è la dea assiro-babilonese Isthar[6]. Questa dea è, allo stesso tempo, dea dell’amore e della fecondità, ma è anche una divinità guerriera. Così come il dio degli inferi rapisce la figlia di Demetra, la morte rapisce il figlio-amante di Isthar, costringendola a recarsi negli inferi per farsi restituire l’amato. Anche i babilonesi, in onore di Isthar, compivano un rito simile a quello effettuato nelle feste Eleusine in onore di Demetra: il rito sessuale pubblico tra la sacerdotessa ed il re. Non mancano neanche gli elementi che legano Isthar ad Afrodite: la prostituzione sacra delle sacerdotesse e la colomba, sacra a tutte e due le divinità. Forse, non è neanche un caso che il maggiore santuario della città di Ebla sia stato dedicato ad Isthar, come farebbe pensare il ritrovamento di un busto di statua votiva che il principe di Ebla, Ibbit-Lim dedicò a questa dea[7].

Astarte

Isthar

 

In realtà, analizzando gli aspetti che caratterizzano i culti della sicula Ibla, di Demetra, di Venere Ericina, della cartaginese Tanit, dellafenice Astarte, della dea assiro-babilonese Isthar, della sumera Innana, della egiziana Iside e in genere di tutte le “grandi madri”, è difficile non pensare a tutte queste divinità come ad una specie di grande “fiume sincretico” che, partendo da un’unica montagna posta in cima al mondo (la grande madre), scorre su tutto il pianeta, cambiando nome in funzione del tempo e dei luoghi e adattandosi alla psicologia dei popoli che hanno la ventura di vivere sulle sue rive.

Un’altra moneta di Ibla simile alla precedente di incerta provenienza

 

[1]Raffaele Solarino: La Contea Di Modica Vol. I. p.77.

[2]Giovanni E. Di-Blasi: Storia del regno di Sicilia. vol I. p.62.

[3]Giuseppe Leggio: Ibla Erea pag. 43

[4]A. Morelli: Dei e miti pag. 272

[5] E.W.Stoll: Manuale delle religioni e mitologia dei greci e dei Romani. p.315.

[6]che a sua volta sembra trarre origine dalla dea sumera dell’amore Innana.

[7]Paolo Matthiae: Scoperte di archeologia orientale pag. 38.

[8] Carmelo Ciccia: Il mito di Ibla :http://www.paternogenius.com/pagine/Carmelo%20Ciccia/Pagine/ibla.htm (link esterno)

Le Ible di Sicilia

Quante erano le Ible di Sicilia?

Tra le prime città di orgine sicana o sicula, un discorso a parte meritano le città di nome Ibla, fosse solo per la confusione che si è avuta e si ha ancora in relazione alla localizzazione ed il giusto appellativo da dare ad ogni Ibla. Infatti si parla di:

  • Ibla maggiore,
  • Ibla Tiella o Stiella,
  • Ibla Minore,
  • Ibla la piccola,
  • Ibla la minima,
  • Ibla Nera,
  • Gibla,
  • Ibla Herea o Hera,
  • Ibla Gereatis,
  • Ibla Galeotis,
  • Ibla Galeonte, o semplicemente
  • Ibla o Hibla.

Gli storici hanno spesso usato questi nomi e ciò a prima vista farebbe pensare ad una miriade di Ible esistenti nel suolo siciliano, in realtà tutti questi nomi si riferiscono a tre, forse quattro, Ible distinte, e quasi tutte di origine sicula. I più antichi scrittori della storia di Sicilia hanno a volte contribuito ad aumentare la confusione esistente sulle Ible, citandone a volte una al posto dell’altra, oppure omettendo il soprannome che le contraddistingueva.  Basti pensare al “dolce miele Ibleo”, che è stato attribuito praticamente a tutte le Ible prima citate. Altra confusione è stata apportata dai vari copisti che, nel trascrivere testi, spesso in una lingua diversa dalla propria, hanno fatto si, ad esempio, che Hibla divenisse Gibla o Herea divenisse Nerea e quindi Nera. Inoltre nel raccontare gli eventi prevalse spesso la forma dialettale dei vari scrittori, per cui un termine o un nome fu scritto in modi differenti a seconda della nazione di origine dello scrivente, questo avvenne probabilmente per i termini Galeote, Galeotide, Geleotide, e Gereatide.

Le tre Ible

La maggior parte degli scrittori dell’antichità, sono comunque concordi che solo tre furono le Ible in Sicilia [1], e sono in molti ad indicare le tre Ible in:

Ibla Maggiore;

Ibla La piccola;

Ibla Minore.

La Maggiore fu forse detta Tiella (o Stiella) ed è opinione diffusa collocarne il sito nei pressi di Paternò. La piccola fu detta anche la Minima, il cui sito si vuole che sia quello di Megara Iblea che come è noto è a sud di Augusta, per quando riguarda invece la Ibla Minore in molti sono concordi nel volere che sia stata appellata anche Ibla Erea perchè sita sui Monti erei, chiamata forse per errore anche Ibla Nera, Gibla o Nibla, e si pensa che il sito sia quello di Ragusa Ibla.

Megara Iblea

Pantalica, una quarta Ibla?

Da un paio di anni si inizia a pensare che anche Pantalica, luogo sito all’incirca a metà strada tra Palazzolo Acreide e Siracusa, in cui è stata trovata una grande necropoli preistorica, abbia il diritto ad essere appellata Ibla, anche se non si è sicuri, nel caso abbia diritto anche ad uno dei soprannomi prima citati, quale di questi associargli. Il fatto che Pantalica sia sui monti che sono stati chianmati Erei, potrebbe far pensare che il soprannome sia Herea, togliendo quindi questo privilegio a Ragusa, oppure nel tentare di risolvere un quesito che va avanti da secoli si potrebbe pensare a Galeote, infatti nel passato molta confusione è stata fatta nel tentativo di assegnare un sito ad Ibla Galeote, ed il tentativo fatto finora dagli storici non è stato dei più fortunati. Al di la dell’appellativo, una serie di elementi rafforza l’ipotesi che Pantalica sia stata una delle Ible sicule.

Pantalica – Necrpoli nord

Racconta Tucidite [2]  che un contingente di coloni megaresi avrebbe fondato per concessione di Iblone re siculo di Ibla una propria città, cui dettero il nome della madre patria Megara e l’appellativo di Iblea per ricordare il dono della terra fatto dal re, lo stesso Tucidide fissa la cronologia al 729 a.C. Gli scavi archeologici finora non sembrano smentire Tucidide, infatti la maggior parte dei resti è databile dal VIII al V sec. a.C. Gli scavi su Megara e Pantalica sembrano dare ragione a Tucidide, infatti se a Megara i resti archeologici sono di tipo prevalentemente greco e non sembrano indicare un grosso insediamento antecedente al VIII secolo a.C., a Pantalica tutto sembra indicare il contrario, infatti il sito di Pantalica può essere considerato come uno dei più importanti insediamenti protostorici della Sicilia orientale. Dalla necropoli dell’abitato prendono nome due periodi della protostoria sicula, quella del bronzo finale di Pantalica Nord (XIII-XI ) a.C. e quella del ferro di Pantalica Sud (850-730 a.C), sono stati rinvenuti dei terrazzamenti eretti a sostenere un edificio monumentale sulla sommità della collina, che è stato definito sede del principe dell’abitato.

Palazzo del Principe

Sono state trovate oltre 5000 tombe che circondano l’abitato; quelle di nord e ovest sono del XIII, XII sec a.C., il gruppo di tombe a sud appartengono al 850-730 a.C, mentre altre sono del periodo intermedio(1000,850 a.C.).

Pantalica: Necropoli di Filipporto

Che vicino a Megara Iblea dei greci dovesse esistere un centro indigeno, potrebbe essere avvalorato dalla consuetudine non rara dei greci, di impiantarsi poco distante da un centro indigeno, mantenendo distinto il proprio territorio da quello rimasto in mano alle genti indigene. Ciò che sembra molto strano, è che l’abitato sembra scomparire in concomitanza con la fondazione di Megara Iblea e di Siracusa, cio’ farebbe supporre che gli abitanti abbiano subito la stessa sorte dei siculi cacciati dall’isola di Ortigia, spinti verso l’interno della Sicilia. Sono state trovate tracce che indicherebbero un minimo di frequentazione successiva all’arrivo dei greci, un piccolo santuario frequentato in epoca greca e romana, potrebbe essere il segno del proseguimento di un culto indigeno, sono state trovate anche tracce di frequentazione bizantina nell’edificio che si suppone sia stato del principe dell’abitato siculo.

Pantalica: Villaggio bizantino

[1] Raffaele Solarino: La Contea Di Modica vol. 1 pag. 96

[2]Tucidide lib VI.3

[3] Raffaele Solarino: La Contea Di Modica vol. 1 pag. 77

[4] Giovanni E. Di-Blasi: Storia del regno di Sicilia. vol I. pag. 62

Inserimento scheda: Ignazio Caloggero

Foto: web, Ignazio Caloggero

Contributi informativi:  Ignazio Caloggero, Regione Sicilia

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