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Sepolture e Età dei Metalli in Sicilia

Sepolture e Età dei Metalli in Sicilia

Nell’Eneolitico  la sepoltura di tipo individuale è sempre meno utilizzata a favore di quella collettiva, a questo scopo vengono utilizzate le grotte naturali o grotticelle scavate nella roccia, come è il caso delle sepolture trovate a Piano Arceri, poco lontano da Pedalino e a Calaforno vicino Giarratana. In alcune sepolture collettive è stato riscontrato un utilizzo continuativo della camera sepolcrale che rimaneva accessibile. A volte i resti delle deposizioni precedenti venivano spinti di lato oppure tolti del tutto per procedere a nuove sepolture.

In Sicilia la tomba a grotticella costituisce, anche se con qualche variazione architetturale, il tipo di tomba più frequente sino alla colonizzazione greca.

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Ragusa: Vallata Santa Domenica. Tombe a Grotticelle

 In questo tipo di tombe la camera sepolcrale è costituita da una grotticella scavata nella roccia, ed è spesso preceduta da una specie di anticamera o corridoio. Nel suo insieme costituivano una struttura tale da farle assomigliare ad alcuni tipici forni dei contadini siciliani. Per questo motivo gli archeologi hanno usato il nome di “grotticelle a forno” o “tombe a forno”. Le tombe a forno sono probabilmente di origine orientale, come indicherebbe il ritrovamento di tombe con queste caratteristiche trovate in Palestina, nel Peloponneso e a Creta.[1]

 Itinerari Archeologici di Sicilia Le Necropoli rupestri di Pantalica

 Pantalica

 In una fase iniziale le tombe a forno sono destinate a sepolture singole, successivamente saranno utilizzate per sepolture collettive[2], probabilmente a causa dell’aumento della popolazione. Casi di tombe collettive si hanno in Contrada Paolina nel ragusano già citata al proposito del periodo neolitico dove sono stati individuati 50 individui e in località Piano Arceri tra Mazzarrone e Acate.

 In alcuni casi il rito funebre prevede che il corpo del defunto venga adagiato su un letto di ocra rossa come è testimoniato in contrada Pozzi nel siracusano.

 Durante il Bronzo Antico il rituale funerario è vario, a testimonianza di una stratificazione che non è solo di tipo socio-economico ma anche culturale, conseguenza di intensi scambi sia verso l’Egeo sia verso l’Italia continentale. Si assiste a volte ad una pratica tipica dei popoli indoeuropei: l’incinerazione. Un esempio di questo tipo si ha a Lipari dove in una necropoli in contrada Diana sono state individuate una trentina di tombe in cui le ceneri dei defunti sono deposte in urne, alcune con vasetti di corredo, collocate in una fossa del terreno[3].  In una isoletta vicino, a Filicudi, risulta presente il rito dell’inumazione in anfratti naturali. Oltre alle sepolture in grotta continua l’uso delle grotticelle artificiali (Castelluccio, Sabucina, Ragusa Ibla, Paraspola, Cava dei Servi), anche se si assiste, a volte, ad una loro elaborazione  verso quelle che vengono chiamate le tombe micenee ad alveare, ovvero grotticelle scavate nella roccia e situati in posti difficilmente accessibili, a più filari e simili a tanti finestrini posti l’uno accanto all’altro.

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Cava D’Ispica: Baravitalla

Di notevole interesse è considerata la necropoli di Castelluccio (Noto) costituita da quasi duecento tombe del tipo “tombe a forno” dove alcune erano chiuse da portelli di pietra, tre in particolare, sono considerati eccezionali in quanto scolpiti con figure antropomorfe e motivi spiraliformi costituiscono una rara testimonianza di scultura indigena della Sicilia preistorica.

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Portello tombale di Castelluccio

I portelli di Castelluccio presentano, secondo Luigi bernabò Brea, una certa analogia con le sculture dei templi maltesi dell’età di Tarxien [4] Un’altra tomba considerata anch’essa eccezionale era preceduta da un portico con quattro pilastri ricavati nella roccia.
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Un tipo di sepoltura poco usato in Sicilia è quello che si basa sui dolmen, tombe a strutture megalitiche costituite da due o più elementi monolitici aventi funzione di pilastri sui quali viene appoggiata una pesante lastra di pietra. Esempi di sepolture megalitiche si hanno soprattutto negli Iblei in Contrada Paolina, Monte Racello, Cava dei Servi e Cava Lazzaro,

 

In certi casi, come a Naxos e Milazzo, accanto alle sepolture in grotticelle si assiste all’inumazione entro phitos. I Phithoi erano dei grandi vasi per derrate, posti in posizione orizzontale o verticale, furono utilizzati soprattutto per la sepoltura di bambini e a volte anche per gli adulti.

 

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Pthos di Cnosso (Creta)

Verso il Bronzo medio aumentano i casi di inumazione entro pithos, casi di questo genere sono stati individuati nelle isole Eolie ed una necropoli di circa 50 sepolture è stata individuata in località Caravello (Milazzo). Il rito più diffuso è comunque quello che prevede la sepoltura collettiva in grotte naturali o grotticelle artificiali. Alcune delle camere sepolcrali delle grotticelle, come è il caso   di Milena e S. Angelo di Muxaro, presentano delle nicchie laterali e una volta tondeggiante a cupola assomigliando così alle “tholos” egeo-micenee

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Urna cineraria con ciotola coperchio

Nel bronzo finale il rito dell’incinerazione è molto diffuso. Testimonianze si hanno a Lipari,  Milazzo  e a Paternò dove in contrada Piano della Fiera fu rinvenuta nel 1962 un’urna-cinerario con ciotola-coperchio[5].

 Le sepolture della necropoli di Milazzo sono assimilabili per cultura ai “campi di urne” presenti in gran parte dell’Europa nel XII sec. a.C. Centro della cultura dei “campi di urne” è quella regione dell’Europa corrispondente oggi ai territori della Polonia e della Cecoslovacchia. In questo tipo di cultura i morti venivano cremati e le ceneri deposte poi in urne coperte da una specie di scodella. L’urna veniva poi sepolta quasi a livello della superficie del terreno. I campi di urne di Milazzo risultano del tutto simili a quelli rinvenuti a Pianello di Genga nelle Marche e a Timmari in Puglia. In Sicilia l’uso dei campi di urne è da attribuire agli Ausoni.

L’inumazione in grotte artificiali è comunque presente in quasi tutta  l’isola.

 

 

Dea Uccello

Tratto da Storia di Sicilia di Ignazio Caloggero

 

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