Notizie preliminari sulle chiese semirupestri di Santa Maria della Provvidenza e di San Rocco a Modica
(di Vittorio G. Rizzone e Anna M. Sammito)

Tratto da: Rivista Archivium Historicum mothicense  N. 3/1997 (a cura dell’Ente Liceo Convitto di Modica

Nella periferia settentrionale dell’attuale sito urbano di Modica, lungo il sentiero che, dopo aver seguito l’alveo del torrente Janni Mauro, s’inerpica per la collina dell’Itria e conduce verso il Piano Ceci e la valle del fiume Irminio, vi è una ricca concentrazione di luoghi di culto: San Francesco, Sant’Orsola, Santa Maria della Purificazione o della Candelora, San Rocco, Santa Maria della Provvidenza, San Giuseppe ‘u Timpuni (1); la contiguità di questi culti ed il fatto che siano stati da tempo abbandonati se non addirittura distrutti sono all’origine di problemi di identificazione.

  1. L. Belgiorno ha proposto di riconoscere Santa Maria‘della Purificazione’– della quale, peraltro, l’unica fonte a disposizione (Carrafa) non fornisce notizie relative all’ubicazione – nei resti inglobati nel casolare suburbano già di proprietà Schiavo-Lena ora Buffa (via San Giuseppe Timpone n.c. 4) (2), e, descrivendo tale complesso religioso, ha distinto una chiesa con una cappella scavata nella roccia, con ancora tracce di affreschi, ed un romitorio con un altare. Belgiorno, poi, ha indicato il sito di un’altra chiesa, dedicata a Santa Maria ‘della Provvidenza’, nel versante opposto della ‘cava’ e cita atti notarili compresi fra gli anni 1662 e 1663 che documentano l’esistenza della chiesa nel XVII secolo (3).

Ma, relativamente a quest’ultima, documenti d’archivio e ricognizioni sul luogo provano piuttosto l’identificazione con i resti della chiesa inglobata nel suddetto casolare Buffa.

 

A dirimere in modo inequivocabile la questione dell’identificazione di Santa Maria ‘della Provvidenza’ e a fornire nuove indicazioni per la cronologia soccorrono altri due importanti atti notarili: il primo (4), datato al 29 ottobre del 1661, riguarda la nomina, da parte dei Giudici Giurati della Città di Modica, dei procuratori e del tesoriere eccl.(esie) Dive Marie Providentie noviter edificande in antro predicto pro construendo dictam Ecc(lesiam) affinché possint libereque valeant regere et administrare omnes res dicte Eccl.(esie) noviter construende ac construere facere dictam Eccl.(esiam). Risulta, pertanto, che la chiesa debba essere costruita in onore della Madonna per aver concesso nonnullas gratias diversis personis tam huius predicte civitatis Mo.(tuce) quam aliarum civitatum et terrarum huius fidelissimi Regni Sicilie.

Dalla parte iniziale del documento si evince ancora che nel sito (5) già esisteva una grotta dedicata alla Vergine della Provvidenza e nella quale la Madonna era raffigurata insieme a Sant’Orsola e a San Filippo, secondo quanto specificava un’iscrizione posta all’ingresso dell’ingrottamento (in quo fuit et ad presens extat in pariete dicti antri ut dicitur a frontespitio introitus dicti antri una imago Gloriosissime Virginis Providenti e posita in medio duarum Imaginum, videlicet unius Ste. Ursule a parte dextra et unius Ste. Phi[lippi] a parte sinistra). La presenza di questi Santi affiancati alla Madonna è spiegabile con il fatto che nelle vicinanze era tributato loro il culto: Sant’Orsola, protettrice dei negozianti di stoffe, è giustificata dalla presenza di concerie che in genere si trovavano in prossimità dei greti dei fiumi (6); la chiesa di San Filippo si trova nel versante opposto della Cava nell’omonima via, con ingresso dal n.c. 210 della via Nativo (7), ed è la prima chiesa che si incontra lungo il percorso che, dipartendosi dall’alveo del torrente in prossimità della nostra chiesa, sale alla Costa (quartiere Francavilla) e quindi alla parte alta della città.

Il secondo documento (8), del 13 gennaio 1662, relativo alla fondazione di un beneficio, ci presenta la chiesa già edificata: in quo antro seu loco ad presens extat edificata una Ecclesia… dicte Eccl.(esie) noviter constructe et edificate dicte Gloriosissime Virginis Providentie; e ancora infinitum fundarunt et fundant ac construxerunt et construunt in dicta Ecc.a S.te Marie Providentie noviter constructa et fundata unum benefisium et jus patronatum…

Le indagini condotte nell’area del casolare Buffa hanno permesso di verificare l’esistenza di un complesso sacro variamente articolato (tav. 1). Vi è un ambiente – interpretato come il romitorio di Santa Maria della Purificazione da Belgiorno – semirupestre, ricavato al pianterreno del casolare al quale si accede attraverso un arco policentrico, attualmente in parte tampognato, poggiante su conci d’imposta modanati; il piedritto libero reca molte croci incise con cura. Nella parete meridionale, laddove Belgiorno aveva indicato e descritto la presenza di un altare a forma di “cona”, è stato rintracciato l’affresco ricordato dai documenti. Si tratta di un pannello largo m. 1,00, alto m. 0,67 del quale si riconoscono due strati di pitture parietali: quasi interamente perduto è quello più recente del quale restano parte della cornice di colore rosso-bruno con filettatura nera e frustuli di colore giallo ocra e rosso; l’affresco più antico, anch’esso in pessime condizioni, presenta la Madonna con il capo reclinato verso sinistra, con tunica grigia e assisa su un trono (?) rosso; di minori dimensioni, in proporzione gerarchica, è a sinistra San Filippo stante, con la testa volta di 3/4 verso destra, indossa anche lui una tunica grigia; solo una parte della candida veste verginale resta della figura di Sant’Orsola, posta a destra. L’affresco è inquadrato da una fascia di colore giallo ocra marginata da due filettature nere fra le quali, in basso, corre la didascalia “…]MAR[IA DELL]A PROVIDENZIA” (fig. 1).

L’ambiente rupestre con questo affresco costituisce, in realtà, il fulcro di un successivo ampliamento, la zona presbiteriale di una chiesa mononave costruita in muratura (9).

Le modifiche comportarono una trasformazione della grotta: l’originaria parete rocciosa sulla quale è steso l’affresco venne foderata da una cortina in muratura dove si apre l’edicola il cui fondo è dato dalla roccia con l’affresco. Venne costruita l’edicola, inquadrata da cornici e fiancheggiata da volute e da girali di acanto (in parte scalpellati) sostenuti da mensole modanate; sopra l’edicola si affacciano tre angeli; sotto l’edicola è uno stemma originariamente dipinto ma l’intonaco superficiale è stato scalpellato e, accanto a questo, una croce è stata incisa nell’intonaco; sull’edicola, scavato nel soffitto di roccia, è un cupolino a guisa di ciborio dove è scolpito lo Spirito Santo raffigurato in forma di colomba (ora è acefala) circondato da raggi che si proiettano verso il basso. Tutte queste decorazioni sono eseguite in pietra calcarea ed in stucco dorato.

Sotto l’edicola doveva essere un altare murale come nella vicina grotta di San Giuseppe ‘u Timpuni (10). Oltre al rifacimento dell’affresco, anche la parete meridionale venne dipinta: tracce di intonaco colorato emergono qua e là, dove risulta scrostato lo scialbo successivo. Un arco policentrico funse da delimitazione del presbiterio. Nonostante le superfetazioni e asportazioni successive (11), la pianta della chiesa risulta parzialmente leggibile: della navata rimane l’intera parete occidentale, parte di quella settentrionale con uno degli stipiti e porzione della soglia dell’accesso; la parete orientale sopravvive per circa 3 m. fino ad uno stipite (qui doveva aprirsi un accesso secondario alla chiesa); la parte settentrionale della parete Est ed il prospetto sono stati asportati sin dalle fondamenta, anzi si è operato un ribassamento del piano roccioso di calpestio.

Dal presbiterio si accede ad un secondo ambiente semirupestre, scavato nella roccia ma con copertura a crociera, che doveva assolvere alla funzione di alloggio-sagrestia. Le pareti mantengono ancora gran parte del primitivo intonaco privo di qualsiasi traccia di pittura.

Non è possibile determinare con precisione la cronologia di queste strutture. La brevità del tempo intercorso – due mesi e mezzo – fra quando la chiesa viene menzionata come construenda e i procuratori hanno il compito di construere facere e quando è menzionata come edificata et constructa e constructa et fundata si spiega con il fatto che essa, con ogni probabilità, fra il 1661 e il 1662, venne semplicemente adattata nella grotta preesistente forse con l’aggiunta di poche parti in muratura (12), come la chiesa di Santa Venera recentemente illustrata (13). È probabile che la ristrutturazione dell’intero complesso con la creazione di una chiesa mononave sia successiva al terremoto del 1693.

In realtà questa non è la sola chiesa della quale sopravvivono reliquie nell’area del casolare. Ad Est di Santa Maria della Provvidenza, infatti, nell’orto dello stesso casolare Buffa, come già brevemente accennato da Belgiorno, resta parte di una seconda chiesa (tav. II). L’identificazione più probabile per quest’ultima è con quella di San Rocco: sebbene nella parte iniziale dei due documenti del 29 ottobre 1661 e del 13 gennaio 1662 si faccia soltanto menzione della contrada di San Rocco, nel secondo documento vi è un riassunto in volgare dell’atto in latino, tramite il quale si giunge all’identificazione: la Madonna della Provvidenza in questa città di Mo.ca vicino della chiesa di S.to Rocco (14). Grazie alla discordanza della versione in volgare, pertanto, si è in grado di individuare la chiesa di San Rocco, la cui ubicazione veniva data da Belgiorno, con la cautela del “probabilmente”, nei pressi di via Mazzini o di via Santa Margherita (15). In realtà due sono le chiese dedicate a San Rocco a Modica: oltre a questa sita in quarterio Cartillonis, una seconda già esisteva nel Piano di San Giovanni (16).

Anche di San Rocco non è interamente leggibile la pianta, né è determinabile, al momento, l’originaria estensione, ma, nel complesso, l’articolazione planimetrica sembra simile a quella di Santa Maria della Provvidenza. Dai resti si evince che si tratta di un’aula mononave, conclusa, a meridione, da una cortina in muratura che si imposta sulla roccia, in parte la fodera ed in parte funge da contenimento del terrapieno retrostante. In questa parete si apre un’abside rettangolare con volta a botte di copertura impostata su cornice modanata; è alta approssimativamente m. 5,30 dall’attuale piano di calpestio allo spiccato della volta; un bancone di roccia, aggettava verso l’aula, ma di esso si conserva soltanto un moncone: per il resto è stato rimosso. Si configura un altare murale in parte incassato nella roccia e sormontato da un’altissima nicchia (17). Due strati di intonaco rivestono internamente l’abside. Ad Est si apre un piccolo ambiente quadrangolare (con funzione di sagrestia?) la cui parete meridionale fodera la roccia: quello che resta di originale dei muri di questo ambiente sono le strutture cantonali, per il resto le pareti – tranne quella meridionale – hanno subito continui rifacimenti. Anche oltre questo ambiente, verso Nord, l’originario muro orientale si segue per circa metri 1,50, quindi è stato interamente rimaneggiato e non sembra pertinente alla chiesa un cantonale originario distante circa 15 m. dalla parete meridionale, ché, altrimenti, risulterebbe una chiesa eccessivamente sproporzionata in lunghezza. Tale cantonale sembrerebbe piuttosto essere riferibile ad un muro di recinzione del complesso sacro, ma, ancora una volta, l’ultima parola è demandata allo scavo.

La parete occidentale della navata, così come quella meridionale, è scavata nella roccia ed in parte è foderata da muratura. Si conserva per un altezza massima di circa m. 2,90 dall’attuale piano di calpestio. Alla distanza di circa m. 2,50 dall’angolo sud-occidentale, un pilastro incassato nella parete, eseguito in conci ben squadrati, a mo’ di lesena, adorno in alto da una cornice modanata di riutilizzo (la modanatura adorna anche una faccia di un concio non a vista), sembra essere in relazione con il cantonale dell’ambiente del lato opposto entrambi forse avrebbero potuto fungere da piedritti per un arco di trionfo di accesso al presbiterio come nella chiesa di Santa Maria della Provvidenza. Questa parete è lunga circa 8 metri fino ad un cantonale oltre il quale il muro flette verso Ovest.

Nella parete meridionale ad ovest dell’abside ed in quella occidentale restano tracce di affreschi. Nella prima è un affresco di grandi dimensioni marginato a destra da un’ampia cornice (motivi fitomorfi stilizzati in marrone su fondo giallo, e altri girali in rosso su fondo giallo, compresi fra sequenze di archetti ad estremità incurvate verso l’interno) del quale restano pochi brani in rosso marginato da una filettatura bruna. Nella parete occidentale è un grande pannello (fig. 2), in parte steso sulla roccia: su uno sfondo ocra con sfumature di colore verde si distinguono, in particolare, le gambe di un guerriero con ginocchietti (altezza dalla parte inferiore della coscia al polpaccio, m. 0,38): la destra è flessa, forse poggiante su qualcosa e la sinistra portante; l’armatura è in grigio chiaro con ombreggiature; fra le gambe vi sono resti di un motivo in rosso con sfumature verdi, a sinistra forse una lancia; a destra di questa rimane la testa e la mano sinistra sollevata in atto di adorazione di una figura di piccole dimensioni (altezza della parte conservata cm. 3,9), forse un devoto del santo guerriero, o, più probabilmente, se quella linea già interpretata come lancia è una cornice, essa fa parte di un piccolo quadretto che marginava, insieme con altri, il pannello maggiore. Nella parte settentrionale di questa parete si conservano altri frustuli di affresco e si distinguono almeno due strati: in quello più antico sono tracciate filettature in rosso vinaccia su fondo rosa; in quello più recente motivi vegetali in bruno, filettature rosso vinaccia su fondo giallo ed altre su fondo rosa tenue. Gli affreschi si estendono per quasi tutta l’altezza conservata della parete.

Anche per questa chiesa sono evidenti più fasi documentate dal riutilizzo di materiali di spoglio e dalla sovrapposizione di più strati – fino a tre – di intonaci.

Il terminus ante quem del primo impianto della chiesa di San Rocco è il 1553, anno in cui si fa menzione di essa come punto di riferimento del perimetro della fiera di San Michele Arcangelo (18). A questa menzione seguono quelle del Carrafa (19) e dei documenti relativi a Santa Maria della Provvidenza.

 

Il complesso sacro e gli ambienti contigui servirono anche da abitazione e ad accogliere malati di sifilide che si facevano curare da un’eremita, secondo quanto è possibile evincere dalla Nota de’ Romítori e Romiti esistenti nella diocesi di Siracusa nel 1776 redatta da Mons. Giovanni Battista Alagona vescovo di Siracusa: un eremita “sta nella chiesa di S. Maria della Provvidenza chiamato Fra Bernardo d’età avanzata, ma è un pazzo. Fa l’ufficio di chirurgo. Cura il morbo sifilico ad uomini e donne, sebbene tal ufficio non si confaccia colla vita romitica, ed egli non ha buona fama (20).

La presenza di un eremita – lo stesso Fra Bernardo? – viene registrata anche per l’anno 1792, allorquando viene redatto un aggiornamento della relazione di Mons. Alagona (21).

Allo stato attuale delle ricerche non si hanno altre notizie relative alle chiese di Santa Maria della Provvidenza e di San Rocco per il periodo successivo: di certo nel corso della prima metà del XIX secolo furono abbandonate – molto probabilmente a seguito dell’alluvione del 1833 (22) che dovette danneggiarle in modo irreparabile -, se la chiesa della Provvidenza, risulta distrutta prima del 1866 (23) e se, nel 1869, fu noverata dal Renda, chiosatore e prosecutore dell’opera del Carrafa, fra le chiese “come distrutte in tutto, o in parte, e come incapaci a potersi restituire al decoro dell’officiatura ordinaria” (24).

 

 

 

NOTE

 

Esprimiamo la nostra sentita riconoscenza alla famiglia Buffa per la liberalità con la quale ci è stato permesso di svolgere le indagini nel casolare di sua proprietà, al prof. Giuseppe Raniolo per l’assistenza nella lettura dei documenti, all’arch. Fortunato Pompei per gli schizzi planimetrici che qui presentiamo e al prof. Duccio Belgiorno, Direttore del Museo di Modica, al quale questo scritto è dedicato. (Gli Autori).

 

* Vittorio Giovanni Rizzone (Ragusa, 1967). Dopo avere frequentato il Liceo classico ‘T. Campailla’ di Modica, si è laureato in Lettere Classiche (indirizzo archeologico) presso l’Università di Catania. E’ specializzato in Archeologia Classica presso la stessa Università; dottorando di ricerca in Archeologia Classica all’Università di Roma La Sapienza; cultore di Archeologia e Storia dell’Arte Greca e di Archeologia ed Antichità della Magna Grecia all’Università di Catania. Ha collaborato a varie campagne di scavo della Missione Archeologica Italiana a Paphos (Cipro).

Ha pubblicato: Ceramica corinzia, in F. GIUDICE – S. TUSA – V. TUSA, La collezione archeologica del Banco di Sicilia, Palermo 1992, pagg. 43-76; sub “Ceramica calcidese, ionica», ibidem, pagg. 201-202; Un’anonima chiesa rupestre nell’agro modicano, Modica 1995; Le rotte di approvvigionamento, in E. GIUDICE, I vasi attici della prima metà del V secolo in Sicilia: il quadro di riferimento, in AA.VV., Lo stile severo in Grecia ed in Occidente. Aspetti e Problemi, Roma 1995, pagg. 165-171; Le anfore, in F. GIUDICE ET ALII, Paphos, Garrison’s Camp. Campagna 1992, in Reports of the Department of Antiquities, Cyprus 1997Le anfore, in F. GIUDICE ET ALII, Paphos, Garrison’s Camp. Campagna 1993, in Reports of the Department of Antiquities, Cyprus, in c.d.s.; Alcune osservazioni sulla chiesa rupestre di ‘Cava Ddieri’, in Archivum Historicum Mothycense 2, 1996, pagg. 49- 56; Analisi della distribuzione dei vasi corinzi nel Mediterraneo (630-550 a.C), Catania 1996; Achille, Apollo, Artemide, Eracle, Peleo e Teti, Zeus, s. vv, in F. GIUDICE, Il viaggio delle immagini dall’Attica verso l’Occidente ed il fenomeno del rapporto tra ‘prodigi’ e ‘fortuna iconografica’, a cura di H. MASSA-PAIRRAULT, CNRS Rome, in c.d.s.

Risiede a Modica, in via C.le Serrauccelli, 6.

 

* Anna Maria Sammito (Modica, 1965). Ha frequentato il Liceo classico ‘T. Campailla’ di Modica. E’ laureata in Lettere Classiche (indirizzo archeologico) presso l’Università di Catania, ed è specializzata in Archeologia Classica presso la stessa Università. Ha collaborato con il Museo Archeologico Eoliano di Lipari e con la Soprintendenza ai BB.CC.AA. di Enna. È catalogatrice archeologa presso la Soprintendenza ai BB.CC.AA. di Ragusa.

Ha pubblicato: Elementi topografici sugli ipogei funerari del centro abitato di Modica, in Archivum Historicum Mothycense 1, 1995, pagg. 25-36; Una prima notizia sulla chiesa rupestre di Santa Venera a Modica, in Archivum Historicum Mothycense 2, 1996, pagg. 41-48; Note topografiche sugli ipogei funerari di Modica, in Aitna 3, in c.d.s.

Risiede a Modica, in via Lanteri, 45.

 

(1) Per Santa Maria della Provvidenza, v. F.L. BELGIORNO, Modica e le sue chiese, Modica 1955, pag. 159; per Sant’Orsola, ibidem, pag, 172; per Santa Maria della Purificazione o Candelora, ibidem, pagg. 138-140; per San Giuseppe ‘u Timpuni, ibidem, pag. 94 e A. MESSINA, Le chiese rupestri del Val di Noto, Palermo 1994, pagg. 48-49; per San Rocco, v. infra.

(2) Santa Maria della Purificazione è stata di recente ubicata nel complesso rupestre alle spalle del Motel (MESSINA, Le chiese rupestri…, cit., pagg. 47-48), la cui ampiezza ed i cui numerosi cameroni articolati su due livelli ben converrebbero ad accogliere un “religioso eremitaggio”. Di questo, tuttavia, l’identificazione non è certa e di esso si mantenevano soltanto “vestigi di antichità” già al tempo del Carrafa (P. CARRAFA, Motucae illustratae descriptio seu delineatio, Panormi 1653, volgarizzato da F. RENDA, Prospetto corografico istorico di Modica, Modica 1869, rist. anast. Bologna 1977, pag. 75). Probabilmente l’identificazione in quest’area si fonda su un’errata interpretazione del testo di Renda (CARRAFA-RENDA, Prospetto…, cit., pag. 172, nota n. 32), il quale menziona Santa Maria della Purificazione, di seguito a Santa Maria dell’Itria, per la quale indica la nota ubicazione nella parte a ponente della città.

(3) Non è stato possibile ritrovare i documenti d’archivio citati dal Belgiorno. Un documento dell’Archivio De Leva (Archivio De Leva, presso Archivio di Stato, Modica, vol. II, ff. 494R e 495R: Chiese, Cappellanie e Benefici di Modica), tuttavia, riporta sommariamente le notizie fornite da Belgiorno.

(4) Archivio di Stato, Modica; notaio Gaspare Giuca (230), vol. 30, ff. 59/R 61R, copia dell’originale, conservato nel vol. 29, f. 30.

(5) “Extra hanc civitatem Mo.(tuce), in q.ta [contrata] ven.(erabilis) Eccl.(esie) S.ti Rocci et in quarterio Cartillonis de parrochia Maggiore”. Per l’estensione del quartiere Cartellone, v. G. MODICA SCALA, Le comunità ebraiche nella Contea di Modica, Modica 1978, pagg. 25-27.

(6) BELGIORNO, Modica…, cit., pag. 172; sul culto di Sant’Orsola a Modica, v. anche MESSINA, Le chiese rupestri…., cit., pag.48; si può verosimilmente ubicare il culto di Sant’Orsola nel complesso ipogeico alle spalle del Motel, in cui quest’ultimo studioso ha riconosciuto la presenza di una conceria o tintoria (ibidem, pag. 47). Relativamente a Sant’Orsola, tuttavia, si deve notare che essa non viene menzionata dal Carrafa nel novero delle chiese modicane. Resta l’incognita di cosa ci fosse di fronte al casolare Buffa, laddove Belgiorno già identificava la chiesa di Santa Maria della Provvidenza, zona ora coperta da detriti.

(7) BELGIORNO, Modica…, cit., pag. 72. Della chiesa, ora distrutta, restano porzioni dei muri perimetrali; sembra che anche questa chiesa avesse un carattere semirupestre, in parte affossata ed in parte adagiata sul pendio della Costa.

(8) Archivio di Stato, Modica; notaio Gaspare Giuca (230), vol. 30, ff. 99R/ 103R, copia dell’originale conservato nel vol. 29, ff. 84R/86R; questo documento è già menzionato da BELGIORNO, Modica…, cit., pag. 159. Un terzo atto, relativo ad una fondazione di beneficio, del 25 agosto 1662, si trova ibidem, ff. 331R/ 332V, copia dell’originale conservato nel vol. 29, f. 401.

(9) La parte rupestre diviene il presbiterio di una chiesa costruita negli ampliamenti e nelle trasformazioni seicentesche delle chiese di Santa Maria la Cava e di San Sebastiano a Spaccaforno (MESSINA, Le chiese rupestri…, cit., pagg. 80-83), di Santa Venera (A.M. SAMMITO, Una prima notizia sulla chiesa rupestre di Santa Venera a Modica, in Archivum Historicum Mothycense 2, 1996, pagg. 44 e 47) e, molto probabilmente, anche San Nicolò Inferiore a Modica, sulla quale v. qualche cenno in G. DI STEFANO, La chiesetta rupestre di San Nicolò Inferiore a Modica, Modica, 19962. Per quest’ultima è possibile ricostruire la pianta di una chiesa semirupestre così articolata: area presbiteriale scavata nella roccia nella quale viene steso l’affresco di San Giacomo (terzo strato), nicchia rettangolare che taglia gli affreschi della seconda fase, navata con pilastri di sostegno della parte superstite del soffitto roccioso e quindi in muratura; sulle pareti sono stesi gli affreschi con quadretti.

(10) Vedi MESSINA, Le chiese rupestri…, cit., pagg. 48-49. In realtà si potrebbero citare molti esempi con questa sistemazione con nicchia in alto e altare addossato alla parete in basso: fra i tanti, si ricordano la citata chiesa di Santa Maria della Cava a Spaccaforno nella sua seconda fase (ibidem, pagg. 80-83), la cappella della chiesa di San Pietro a Gagliano (R. PATANE’, L’insediamento rupestre di Gagliano Castelferrato, in Archivio Storico per la Sicilia Orientale LXXVIII, 1982 pag. 4, figg. 3 e 6).

(11) La parete occidentale del presbiterio è stata allargata approfondendo il taglio nella roccia per ricavare una mangiatoia.

(12) Che questa grotta non fosse adibita a chiesa è dato dall’assenza di alcuna menzione nel novero delle chiese modicane del Carrafa (1653).

(13) SAMMITO, Una prima notizia…, cit., pagg. 47-48.

(14) Non è possibile emendare il testo “in q.ta ven.(erabilis) Eccl.(esie) S.ti Rocci” in “iuxta ven.(erabilem) Eccl.(esiam) S.ti Rocci” in quanto nella versione originale (vedi supra note nn. 4 e 5) l’abbreviazione “in q.ta” è parzialmente sciolta in “in q.trata”.

(15) BELGIORNO, Modica…, cit., pagg. 186-187, da cui dipende G. RANIOLO, Introduzione alle consuetudini ed agli istituti della Contea di Modica, II, Introduzione agli istituti, Modica 1987, pagg. 143-144 e nota n. 77. L’identificazione della chiesa di San Rocco rende sicura, altresì, quella del “curso” con la via da San Pietro a San Francesco alla Cava, come già indicato da MODICA SCALA, Le comunità ebraiche…, cit., pag. 26, nota n. 14; per l’ubicazione nei pressi di Santa Maria di Betlem, conseguente all’erronea ubicazione di San Rocco in via Mazzini, v. RANIOLO, Introduzione…, cit., pagg. 143-144 e nota n. 79. Si rende necessario, pertanto, rivedere il circuito della fiera di San Michele Arcangelo, da riconoscere nell’ambito del territorio della chiesa di San Giorgio.

(16) Vedi Pianta topografica della Citta di Modica dell’architetto Salvatore Toscano da Catania, del 21 settembre 1839, conservata presso il Museo Civico “F.L. Belgiorno” di Modica. Questa pianta, purtroppo, non comprende la zona con le due chiese oggetto del presente studio.

(17) La sistemazione con altare murale sormontato da edicola, il cui piano è molto basso è una variante del precedente: cfr. quello nella vicina chiesa del complesso ipogeico dietro il Motel per cui v. MESSINA, Le chiese rupestri…, cit., pagg. 47-48, sub “La grotta della Candelora”; affine è la soluzione adottata nella chiesa rupestre di Santa Maria delle Grazie, per la quale vedi una prima succinta notizia in V.G. RIZZONE, Un’anonima chiesa rupestre nell’agro modicano, Modica 1995, pag. 13 (no. 6); Cfr., inoltre, l’altare della grotta 1 di Licata (E. DE MIRO, Civiltà rupestre dell’agrigentino. Esempi dalla preistoria al Medioevo, in La Sicilia rupestre nel contesto delle civiltà mediterraneeAtti del VI convegno internazionale di studio sul civiltà rupestre medioevale nel Mezzogiorno d’Italia, Catania – Pantalica -Ispica, 7-12 settembre 1981, a cura di C.D. FONSECA, Galatina 1986, pag. 244, tav. XLIV,1) e la sistemazione originaria dell’altare della chiesa semirupestre di Santa Rosalia a Vittoria (A. ZARINO, Vittoria, Vittoria 1985, pagg. 64-65, tavv. 14c e 16a; G. LA BARBERA, Del culto e della reliquia di San Giovanni Battista a Vittoria, in Archivio Storico Siracusano, s. 111, V, 1991, pagg. 126127, tavv I e 2).

(18) Per la fiera di San Michele, vedi RANIOLO, Introduzione…, cit., pagg. 141-147. Si potrebbe anche ipotizzare che il terminus post quem sia il 1492, anno del bando degli Ebrei, che a Modica erano stanziati nel quartiere Cartellone, se già l’eccentricità stessa della chiesa rispetto al quartiere di appartenenza non lo sconsigliasse.

(19) CARRAFA-RENDA, Prospetto…, cit., pag. 83. È probabile che Carrafa faccia riferimento alla chiesa di contrada Cartellone, piuttosto che a quella di San Giovanni, dal momento che la prima risulta esistente nei documenti del 1661-1662.

(20) P. MAGNANO, L’eremitismo irregolare nella diocesi di Siracusa, Siracusa 1983, pagg. 36 e 79.

(21) “UItimo notamento fatto nel settembre 1792”, per il quale v. MAGNANO, L’eremitismo…, cit., pag. 85.

(22) Sull’alluvione del 1833, v. M. RIZZONE, Rapporto topografico meteorologico statistico del terribile cataclismo avvenuto a 10. ottobre 1833 in Modica, Palermo 1833, rist. anast. in G. CAVALLO, La Fiumara, Modica 1987. Si ricorda, tuttavia, che altre alluvioni, quantunque meno gravi, si sono verificate nel corso della prima metà dello stesso secolo (24 dicembre 1818 e 22 gennaio 1830, per le quali v. F. VENTURA, Cenni sulla città di Modica, Palermo 1852, pagg. 21-22) e che potrebbero aver danneggiato le chiese così prossime all’alveo del torrente; c’è da notare come in entrambe le chiese manchino i prospetti e le parti avanzate verso l’alveo del torrente.

(23) Da un appunto dell’abate De Leva sulle chiese della Parrocchia di San Pietro (Archivio De Leva, presso Archivio di StatoModica, Vicariato, vol. VII, s.d., ma anteriore al 1866): “Santa Maria della Provvidenza deroccata”. Da notare che la chiesa era passata dalla giurisdizione della chiesa di San Giorgio (“in quarterio Cartillonis de parrochia Maggiore” come risulta dai documenti del 1661 e 1662, e dal fatto che faceva parte del circuito della fiera di San Michele che ricadeva nell’ambito di San Giorgio) a quella della chiesa di San Pietro, verosimilmente in seguito alla nuova ripartizione degli ambiti delle due Matrici avvenuta nel 1717 (v. F. RENDA, Memorie storiche di Modica dagli ultimi anni del secolo XVII fino a’ tempi presenti, appendice a CARRAFA-RENDA, Prospetto…, cit., pag. 121).

(24) CARRAFA-RENDA, Prospetto…, cit., pag. 176. Renda, ovviamente, non menziona la chiesa di San Rocco come distrutta, in quanto esisteva l’altra con la medesima titolatura presso San Giovanni.

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