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Mito di Glauco

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Mito di Glauco

Bene inserito nel registro LIM della Regione Sicilia (Luoghi del Sacro)  – Settore “I Luoghi del mito e delle Leggende” nella seguente sottocategoria: Luoghi della metamorfosi 

Glauco e Scilla – Agostino Carraci (1597) Galleria Farnese Roma

Glauco era figlio di Poseidone, dio del mare, e di una ninfa delle Naiadi. Secondo la leggenda, Glauco nacque umano e faceva il pescatore divenne un dio immortale grazie ad un’erba magica. Un giorno posò la rete da pesca contenente il pesce che aveva pescato su un prato, ed i pesci, mangiando quell’erba, tornavano in vita e si rigettavano in mare. Glauco incuriosito assaggiò quell’erba e, grazie alle sue proprietà magiche, divenne immortale e divino; le sue gambe si tramutarono nella coda di un pesce.

Glauco cerco di sedurre Scilla di cui si era innamorato ma Circe che a sua volta si era innamorato di lui glielo impedì trasformando Scilla in un mostro. 

Dal poema “Le metamorfosi di Ovidio XIII-XIV:  

Glauco e Scilla

Il Dio marino Glauco, innamorato della ninfa Scilla, decide di ricorrere
alle arti magiche della Maga Circe. Dalla Sicilia

… con valide braccia
poscia solcando il Tirreno pervenne all’erbose colline
ed al palazzo di Circe, la figlia del Sole, ripieno
tutto di belve. La salutò nel vederla,
risultato, dicendo: “Pietà, ti scongiuro, d’un Dio!
Poiché tu sola, se degno ti sembro, mi puoi alleviare
la passione amorosa. Nessuno sa meglio di Glauco
quanto sia grande la forza dell’erbe, che m’hanno mutato.

… non farmaco chiedo
che la ferita mi sani: non questo m’occorre; ella senta
parte del fuoco che m’arde! “Ma Circe (nessuna di lei
è meglio adatta agli amori improvvisi)…

… così gli rispose: “Faresti
meglio a seguire qualcuna che voglia te pure, infiammata
dalla medesima passione”…
ecco io stessa, una diva, la figlia del nitido Sole,
che tanto posso con carmi e pur anche con l’erbe, vorrei
essere tua. Lei sprezza che spregia e seconda chi t’ama;
e in un tratto soltanto fa’ la vendetta di due”.
Glauco così rispondeva alla diva che lo lusingava:
“Prima le fronde nel mar nasceranno o su l’alte montagne
l’alghe, ch’io muti, vivendo, l’amore che nutro per Scilla”.
Ne fu sdegnata la Dea, che nuocere non gli potendo
e non volendo, perché n’era presa, s’adira con quella
che l’è preposta; ed offesa per tale rifiuto d’amore,
subito trita erbacce d’orribili succhi,
e, nel tritarle, sussurra dei carmi acatei; un’azzurra
veste si mette e, tra mezzo alle belve che fannole festa,
esce dall’atrio e va verso Reggio, di fronte a Messina…

In un’insenatura, dove Scilla è solita bagnarsi, Circe infetta
le acque del mare con veleni spremuti da radici ripetendo parole
magiche. Scilla poco dopo entra nell’acqua e subito si vede la
parte inferiore del corpo bruttata da cani ringhiosi; in seguito
viene mutata in rupe

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