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Detentori dei Saperi della Civiltà Mineraria

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Caltanissetta
Enna
42 Via Punturo Caltanissetta Sicilia 93100 IT

Detentori dei Saperi della Civiltà Mineraria

 Detentori dei Saperi della Civiltà Mineraria

Costretti a lavorare nudi per il caldo soffocante e perché i vesstiti si appiccicavano alla pelle-.

Il poeta Alessio di Giovanni dedicò ai ‘carusi’, i bambini che trasportavano lo zolfo fuori dalla miniera e che cominciavano a lavorare già a sette o otto anni, questi versi: ‘

…Scìnninu, nudi, ‘mmezzu li lurdduma /

di li scalazzi ‘nfunnu allavancati; /

e, ccomu a li pirreri s’accustuma, /

vannu priannu: Gesùzzu, piatati!… /

Ma ddoppu, essennu sutta lu smaceddu, /

grìdanu, vastimiannu a la canina, /

ca macari ‘ddu Cristu’ l’abbannuna…’

un video tratto dall’archivio Luce

Erano schiavi dello zolfo

Inserimento scheda: Heritage Sicilia 

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Schede tecniche elaborate da: Regione Sicilia – Dipartimento dei beni culturali e dell’identità siciliana – CRicd: Centro regionale per l’inventario, la catalogazione e la documentazione e filmoteca regionale siciliana

N. Prog.10
Bene:Detentori dei Saperi della Civiltà Mineraria
Libro:REI – Libro dei tesori umani viventi
Data approvazione:25-01-2006
Categoria:Saperi
Provincia:Caltanissetta
Località:Sicilia centro meridionale
Denominazione locale:I Surfatari
Notizie Cronologiche
Le miniere della provincia di Caltanissetta e in generale della Sicilia Centro meridionale costituiscono storicamente una risorsa importantissima per l’isola. Il bacino nisseno si distinse, dall’800 fino alla metà del ‘900, per l’estrazione di sale e zolfo. E’ proprio l’attività estrattiva di quest’ultimo minerale che rese Caltanissetta uno dei maggiori produttori mondiali di zolfo.
Descrizione
In tutta la Sicilia i lavoratori delle miniere hanno tratti comuni, tutti detentori di conoscenze che hanno fatto la storia della produzione mineraria dell’isola e tutti accomunati dalle stesse condizioni di vita e lavoro assolutamente difficili e precarie. 
Di queste condizioni di vita si sono occupati studiosi e letterati siciliani che hanno reso le loro opere manifesti di denuncia di quelle condizioni così al limite del rispetto della vita umana.
Angelo Petix, originario di Montedoro, in provincia di Caltanissetta, ha decantato nelle sue opere gli zolfatari della sua terra. Denunciava, in “La miniera occupata”, che gli zolfatari erano uomini comuni, che soffrivano e pensavano, ma che venivano trattati come bestie da soma e schiavi. Come bestia da soma veniva trattato lu carusu,  ragazzo che, per contribuire al sostentamento della famiglia, iniziava a lavorare in tenera età nelle miniere. Questi poteva trasportare pesi enormi e per lunghissimi tragitti tra il caldo soffocante delle miniere e il freddo gelido delle zone esterne. Erano inoltre vittime costanti di infortuni, provocati non solo dal lavoro ma anche dai picconieri a cui erano affidati.
Il nisseno Calogero Bonavia ne “I servi dell’uomo” li definiva servi che camminavano nella notte, che non compravano il pane ma lo scavavano sotto terra.
I picconieri sono, per antonomasia, i lavoratori delle miniere, ai quali spettava il compito principale di estrarre il materiale roccioso. Lavoravano in condizioni estreme: nudi, con i piedi dentro l’acqua, a temperature elevatissime e in ambienti soffocanti, soggetti a numerose malattie.
Infine il nisseno drammaturgo e giornalista Pier Maria Rosso di San Secondo nella sua opera teatrale “La bella addormentata” descrive, come in un dipinto realista, il ritratto dello zolfataro dalla bocca serrata e dall’occhio pungente, del quale, continua, non si vede neanche un pelo di barba. Nell’opera il lavoratore della miniera viene colto e descritto durante il suo tempo libero. La sua descrizione vuole quasi rinnegare la violenza e la tristezza della sua condizione di lavoro dentro quegli angusti labirinti.
Fuori dalle miniere pochi sono i momenti di svago dei minatori. Malgrado il diniego da parte degli stessi lavoratori il canto può essere annoverato come una delle pratiche di svago che adottavano gli stessi per distaccarsi dalle loro condizioni di vita.
Il frammento che segue descrive proprio la negazione nei confronti di quel lavoro così disumano:
“Ch’avianu a cantari ddà intra? Ca si scinnia cu lu cori tantu!” “A la pirrera nun si cantava. Si bastimiava!”
Un esempio di canto di lavoro degli zolfatari viene riportato da Alberto Favara nel “Corpus di musiche popolari siciliane“ Questo canto può essere attribuito alle zone di Villarosa e Caltanissetta e si evidenzia in esso una peculiarità rispetto agli altri canti di mestiere:  alla fine del canto è riportata l’annotazione «Alla fine di ogni frase tutti fanno forza con un suono gutturale staccando il minerale».
Il canto in questione è formato da quattro versi:
Ca sutta ‘nta stu ‘nfernu puvireddi
nui semu cunnanati ‘a tirannia
a manu di li lupi su’ l’agneddi
ciancitini cianciti, mamma mia
Confronta schede:
Bibliografia
Addamo, Sebastiano. 1989. Zolfare di Sicilia. Palermo: Sellerio editore.
Barone, Giuseppe. 2002. Le vie del Mezzogiorno. Storia e scenari. Roma: Donzelli Editore.
Mack Smith, Denis. 1976. Storia della Sicilia medievale e moderna.,Bari: Editori Laterza.
Squarzina, Federico. 1963. Produzione e commercio dello zolfo in Sicilia nel secolo XIX. Torino: ILTE.
Autore Scheda:Francesca Maria Riccobene

 

Registro Eredità Immateriali

N. Prog.12
Bene:Detentori dei Saperi della Civiltà Mineraria
Libro:REI – Libro dei tesori umani viventi
Data approvazione:25-01-2006
Categoria:Saperi
Provincia: Enna
Località:Sicilia centro meridionale
 
Denominazione locale:I Surfatari
Notizie Cronologiche
Il lavoro nelle miniere di zolfo ha costituito per la Sicilia una fonte importantissima di sostentamento. In particolare per il centro Sicilia, durante l’intero Ottocento, le miniere divennero il maggiore centro di impiego della popolazione, che vi trovava occupazione già in tenera età sacrificando, all’interno di quei cunicoli, la giovinezza e insieme la salute.
 
A seguito della svolta degli anni Trenta del XX secolo si assistette a una modifica significativa della bilancia commerciale isolana. Lo zolfo divenne la materia prima prodotta in Sicilia maggiormente esportata. A fronte di questo florido periodo i lavoratori delle zolfare avevano raggiunto le 16.000 unità nel 1860, toccando le 30.000 unità alla fine degli anni Ottanta e i 40.000 lavoratori agli inizi del XX secolo.
 
Descrizione
Dalla lavorazione interamente manuale, l’estrazione dello zolfo fu una pratica dura e difficile.
Il sapere di questa lavorazione si divideva tra diverse figure che trovavano sistemazione sia all’interno sia all’esterno della pirrera (miniera). All’interno della cava si collocava la manodopera qualificata dei surfatari, i minatori, mentre all’esterno quella stagionale e meno specializzata.
Si procederà in ordine descrivendo uno per uno i lavoratori delle miniere, detentori di una pratica lavorativa ormai scomparsa.
 
Lu carusu: giovinetto che già in tenera età, per contribuire alla sussistenza della famiglia, inizia a lavorare in miniera in condizioni igieniche disumane. Addetto al trasporto a spalla, ogni carusu poteva trasportare pesi enormi: dai 25 ai 30 kg per i piccoli, e per i più grandi dai 30 agli 80 kg di minerale. Sistemato lo zolfo in ceste di vimini, dette stiratura, protette da una imbottitura denominata chiumazzata, iniziavano i loro viaggi dall’interno all’esterno della miniera. Percorrevano gallerie tortuose, strette, ripide e soffocanti, con scalini scivolosi alti da 20 a 40 cm. Usciti all’aria aperta continuavano il loro tragitto sotto il freddo, compiendo una media di 29 viaggi al giorno.
Il loro compenso, legato a un contratto orario a cottimo stipulato con il picconiere, era veramente misero: guadagnavano dalle 0.50 alle 150 lire per 8-10 ore di lavoro.
Parlando della situazione lavorativa del carusu non si può dimenticare il cosiddetto “soccorso morto“, l’anticipo in denaro che la famiglia riceveva dal picconiere per assicurarsi l’esclusività del fanciullo. Una pratica che molti studiosi della cultura mineraria definiscono “affittanza della carne umana“, sfociando in un autentico rapporto di schiavitù, poiché risultava quasi impossibile restituire l’anticipo ricevuto prolungando spesso, fino alla vecchiaia, tale dipendenza economica e morale del ragazzo nei confronti del picconiere. A causa delle condizioni di lavoro, i carusi erano spesso vittime di infortuni per l’enorme peso dello zolfo, per le ferite, i lividi o le contusioni procurate dagli stessi picconieri che volevano indurli a caricare pesi sproporzionati rispetto alle loro forze.
 
Lu pirriaturi: il picconiere era il vero protagonista del lavoro nel sottosuolo. Con i piedi dentro l’acqua, mezzo nudo o del tutto nudo, a lui spettava il compito principale di escavare il materiale roccioso. Il suo lavoro consisteva nella ricerca dello zolfo, attività difficile per le temperature elevatissime, fino ai 40 gradi, e per il sostare in ambienti angusti e soffocanti con poca luce e aria impregnata di gas e polvere. Per le condizioni estreme di lavoro il picconiere era soggetto a diverse malattie e alla repentina perdita di capelli e unghie. Questi poteva disporre dai 2 ai 4 carusi. La relazione tra questi restava un rapporto tra servo e padrone, basato non soltanto sul contratto, ma anche sul ricatto.
Vi erano anche picconieri detti “di caduta“, abili nell’aprire varchi quando avvenivano pericolose frane e smottamenti.
Anche le relazioni economiche del picconiere erano regolate da un contratto a cottimo con il gabello, in base al quale il gestore della miniera pagava in proporzione alla quantità di zolfo grezzo estratto e trasportato fino al piano della miniera. Il suo compenso oscilla tra le 3 e le 3,50 lire al giorno. La relativa altezza dei salari era però ridotta da ritenute e frodi messe a punto dai gabelloti.
 
Lu spisalora: picconieri falliti o rimasti senza carusi, erano addetti alla ricerca di nuovi strati di zolfo, alla manutenzione delle gallerie, puntellandole con travi, e alla costruzione di ventilatori.
 
L’acqualora: il loro lavoro consisteva nel liberare, manualmente o meccanicamente, gli strati di zolfo con l’acqua. Nei casi in cui la miniera era sprovvista di acqua questa veniva trasportata in otri o recipienti in creta, quartara e lanceddi.
 
Lu carcarunara: utilizzati per i lavori a cielo aperto, riempivano i calcaroni di zolfo per la fusione del minerale. Terminata l’operazione li svuotavano per riempirli nuovamente. Lavoravano in squadre di 20-40 operai, in maggioranza minorenni, detti carusi esterni. La ciurma di calcaronai erano guidati da un capo che stabiliva il contratto a cottimo con il gabellota della miniera.
 
L’arditura: anch’essi usati per i lavori all’esterno, soprintendevano tutte le fasi della fusione e della colatura dell’ogliu, ossia dello zolfo fuso. Questo veniva raccolto in speciali contenitori di legno chiamati gaviti, all’interno dei quali si raffreddava e si rassodava lo zolfo. Conclusa questa fase si estraevano li balati o pani di zolfo solido. Gli arditura erano operai ben pagati perché detentori di esperienza e di importanti abilità: dalla qualità della combustione dipendevano infatti i risultati dell’intero ciclo di lavorazione.
 
U capumastru: figura importantissima nel lavoro in miniera, era colui che dava le disposizioni sul da farsi per via della sua comprovata esperienza maturata durante molti anni di lavoro sul campo.
 
Bibliografia
Addamo, Sebastiano. 1989. Zolfare di Sicilia. Palermo: Sellerio editore.
 
Barone, Giuseppe. 2002. Le vie del Mezzogiorno. Storia e scenari. Roma: Donzelli Editore.
 
Mack Smith, Denis. 1976. Storia della Sicilia medievale e moderna.,Bari: Editori Laterza.
 
Squarzina, Federico. 1963. Produzione e commercio dello zolfo in Sicilia nel secolo XIX. Torino: ILTE.


 
Autore Scheda:Francesca Maria Riccobene
 
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