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Barche in Legno Trezzote

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Aci Castello, CT, Italia
2 Lungomare Cristoforo Colombo Aci Castello Sicilia 95021 IT

Barche in Legno Trezzote

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Inserimento scheda: Heritage Sicilia 

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Scheda tecnica elaborata da: Regione Sicilia – Dipartimento dei beni culturali e dell’identità siciliana – CRicd: Centro regionale per l’inventario, la catalogazione e la documentazione e filmoteca regionale siciliana

N. Prog.
186
Bene
Barche in Legno Trezzote
Libro
REIS – Libro dei Mestieri, dei Saperi e delle Tecniche
Data approvazione
22-05-2014
Categoria
Tecnica artigiana
Provincia
Catania
Località
Aci Trezza
Comune
Aci Castello
Denominazione locale
Varche Trezzote
Notizie Cronologiche
La cultura delle barche di Acitrezza ha costituito fonte inesauribile di ispirazione per poeti, scrittori, pittori e perfino di musicisti e registi cinematografici che in queste espressioni di cultura materiale hanno colto aspetti di unicità e straordinarietà.
Impiegate principalmente per la pesca, a vela latina, queste imbarcazioni sono l’emblema della marineria trezzota, realizzate in legno secondo un’arte costruttiva molto antica, ancora praticata nel rispetto delle tecniche tradizionali, assicurando resistenza e stabilità allo scafo anche in condizioni metereologiche avverse.
Le barche in legno trezzote sono state inserite nel REI insieme ad altre due manifestazioni di Acitrezza come la pantomima U pisci a mari (v. scheda n. 162) e la Festa di San Giovanni Battista (v. scheda n. 179) grazie all’interesse del Centro Studi Acitrezza.
 
Confronta schede:
Ricorrenza
Data
 
Occasione
 
Funzione
 
Attori
Maestri d’Ascia e pingisanti
Partecipanti
 
Descrizione
Testimonianza di saperi e tradizioni orali afferenti a maestranze di carpentieri e pittori, che con l’uso di conoscenze costruttive e tecniche decorative rivelano una ricca simbologia con funzioni apotropaiche e protettive contro i perigli della navigazione, le barche trezzote costituiscono una presenza pregnante del paesaggio marino catanese.
La tecnica di costruzione delle barche trezzote, interamente realizzate a mano, prevede un insieme di conoscenze di cui ultimi eredi sono i componenti della Famiglia Rodolico di Acitrezza.
Gli scafi erano funzionali al tipo di “mestiere” che si esercitava, pertanto veniva spontaneo e immediato identificarli col nome del pesce catturato o dell’attrezzo utilizzato: “sardare”, “cozzolare”, “conzare”, “nassarole”, “fiocinare”, erano le tipologie navali del Golfo di Catania. Queste barche si distinguono da quelle realizzate negli altri cantieri siciliani per la singolarità delle linee e, soprattutto, dei colori, che gli studiosi le hanno, scientemente, aggettivate alla catanese.
Chi le costruiva era il “mastro d’ascia”, artigiano del legno di profondo ingegno e spiccato senso pratico, che applicava un’arcaica tecnica empirica detta del “mezzo garbo”, tramandata oralmente da padre in figlio. Il mezzo garbo è una sagoma di legno che riproduceva a grandezza naturale la mezza sezione maestra dello scafo dalla quale si iniziava per realizzare le ordinate che, assieme alla chiglia e alle ruote di prua e di poppa, costituivano l’ossatura della barca. La lunghezza di questi piccoli natanti andava dai 19 palmi (1 palmo = 25 cm) per le “fiocinare”, le più piccole e manovriere, ai 40 palmi per le “sardare”, concepite esclusivamente per la pesca del pesce azzurro.
Gli spostamenti delle barche avvenivano a remi e a vela: compito del “mastro velaio” era il taglio delle vele, che cuciva a mano assemblando “ferzi” di cotone. La superficie veniva calcolata in relazione al fattore di potenza della barca ed in funzione delle possibili condizioni di vento. Erano grandi e leggere per le brezze, piccole e pesanti per il forte vento di burrasca. La forma era triangolare, alla “trina”, da cui “vela latina” la cui origine risale, quasi certamente, al periodo greco classico.
La particolarità che rende inequivocabile l’attribuzione all’area catanese delle barche trezzote è la presenza di decorazioni policrome che riempivano letteralmente ogni parte dello scafo, fuori e dentro.
Attraverso la veste decorativa veniva espresso il significativo rapporto ancestrale fra l’uomo ed il mare: il pescatore voleva presentarsi al cospetto del mare una zita – o sposa in dialetto siciliano – nella speranza di avere in cambio prodigalità e provvidenze. Il decoro seguiva canoni ben precisi e veniva realizzato da pittori di professione, i “pingisanti”, che si rifacevano ai motivi dell’arte siciliana.
Fino agli anni ’50 del ‘900 hanno operato nel settore Cosimo Bonaccorsi e il figlio Tino, pittori naif che hanno lasciato una vera e propria impronta di stile attraverso la creazione di un corpus di giustapposte decorazioni e figurazioni ispirate al sacro ed al profano. La tecnica decorativa era preceduta dalla sapiente preparazione dei colori ottenuti dalla mescolanza di terre naturali con olio di lino cotto: essenziali erano l’arancio vivo, il giallo oro, l’azzurro, il verde. Si iniziava con la “campitura”, ossia la predisposizione del fondo (essenzialmente bianco e giallo) e per sovrapposizione di colori, il pingisantopassava alla “decorazione” dell’impavesata, per tutta la lunghezza della barca da prua a poppa, creando una serrata alternanza di arabeschi con motivi geometrici – rette parallele, trapezi, semicerchi, triangoli – e floreali. Completati i decori della parte interna – molto accattivanti erano quelli del tamburetto, i cosiddetti “visuliddi” copiati dai pittori di carretto – si procedeva con la “figurazione”, ossia la creazione di icone simboliche che, per consuetudine, occupavano sempre gli stessi settori.
Ad esempio sui masconi prodieri veniva pitturata la sirena simbolo del mare bello e insidioso, su quellipoppieri il paniere sormontato da un festone di fiori e foglie, sulle fiancate due linee sinusoidali speculari contrappuntate da foglie, sul dritto di poppa la palma d’ulivo o la spiga di grano, sul dritto di prual’immancabile occhio apotropaico che aveva anche la funzione di elevare la barca a rango di persona umana. Sulla terminazione del dritto prodiero, dalla tipica sagoma a collo di cigno o a cariatide, veniva raffigurato il Santo protettore: San Francesco di Paola per le sardare e le conzare della marina di Catania; la Madonna dell’Ognina per le conzare dell’omonimo borgo alla periferia nord di Catania; San Giovanni Battista per le sardare di Acitrezza; la Madonna della Scala per le fiocinare del borgo di S. Maria La Scala di Acireale.
Bibliografia
Finocchiaro, Salvatore. 2012. Le barche dei pingisanti. Le imbarcazioni tradizionali siciliane decorate “alla catanese”. Amedit n. 13 – Dicembre.
 
Li Vigni Tusa, Valeria Patrizia, a cura di. 2010. ll sapere del mare: atlante della cantieristica siciliana. Palermo: Regione siciliana, Assessorato dei beni culturali e dell’identità siciliana, Dipartimento dei beni culturali e dell’identità siciliana.
Sitografia
 
Filmografia
 
Discografia
 
Note
Acitrezza è il paese in cui Giovanni Verga ambientò il famoso romanzo I Malavoglia (1881) e nel quale, nel 1948, venne girato il film ad esso ispirato La terra trema di Luchino Visconti e Antonio Pietrangeli, capolavoro del neorealismo realizzato con attori non professionisti abitanti del luogo. Non distante dalla Chiesa del Patrono, in base ad alcuni elementi descrittivi forniti dal Verga nei Malavoglia, è stata identificata la “casa del nespolo” (l’abitazione di Padron ‘Ntoni) nella quale è stato allestito un piccolo museo contenente oggetti della tradizione marinara ed una sezione fotografica dedicata al film di Luchino Visconti.
Autore Scheda
Chiara Dell’Utri
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