Monte Cofano (EUAP1138)

Tipologia sito
RNO = Riserva Naturale Orientata

Codici WDPA/EUAP: 178964 EUAP1138

  • Ex Province interessate: Trapani
  • Comuni interessati:  Custonaci, San Vito lo Capo
  • Ente Gestore: Azienda Foreste Demaniali della Regione Siciliana
  • Istituzione: D.A. 486/44 25/07/1997

Descrizione:

Informazioni turistiche:
Tra speleologia, uccelli ed endemismi botanici Monte Cofano è un promontorio formatosi per il sollevamento di imponenti depositi calcarei marini nel periodo del Triassico: i numerosi fossili di animali che hanno contribuito a costituire l’impalcatura di questa montagna alta 659 m s.l.m.. Sono rocce carbonatiche (calciti, aragoniti e dolomie) tipicamente carsiche. Monte Cofano, infatti, presenta rilevanti tracce di modellamento dell’acqua non solo sulla sua superficie (scanalature, karren, vaschette di corrosione e solchi di dimensioni varie, doline e inghiottitoi nei tavolati calcarei), ma anche in profondità: nella sola area di Custonaci, infatti, sono state studiate ben sedici cavità che si presentano ricche di concrezioni, di depositi e con speleotemi (figure bizzarre create dalla deposizione del calcare) di varie forme e colori. Tre sono gli abissi più significativi della riserva: l’Abisso del Purgatorio, l’Abisso delle Gole (al suo interno la Saletta dei Funghi mostra concrezioni calcaree a forma di fungo e piccole vaschette contenenti cristalli di calcite) e la Grotta di Monte Cofano I (profonda 140 m, interessanti le formazioni calcaree presenti nella Sala del Fantasma). La natura calcarea del monte determina tutta la sua morfologia: le guglie rocciose delle aree più elevate, i ripidi muraglioni costieri, le pendici meridionali che, sbrecciandosi, danno origine ad una spessa coltre di sedimenti che si accumula alla base del monte formando i cosiddetti ambienti di breccia. Un cenno a parte va fatto per l’ambiente umido effimero: la pozza che si trova alla base del versante sud orientale di Monte Cofano, all’altezza di 247 m s.l.m.. Si tratta di una piccola depressione carsica che si riempie periodicamente d’acqua: in primavera la sua superficie si colora delle bianche corolle del ranuncolo di Baudot, mentre in estate, quando il livello si è abbassato di molto, la lenticchia d’acqua prende il predominio, ammantando di verde la sua superficie. Sui margini esterni sono presenti i rizomi del gramignone natante. Sulle pietraie e sui pendii ripidi e scoscesi molte piccole specie di rettili (lucertola siciliana, ramarro, geco, emidattilo, gongilo ocellato) e serpenti come il biacco e la vipera. Molte le orchidee, sia ofridi, i cui petali richiamano alla vista forme d’insetto, che orchidi dalle fioriture più fragili e meno vistose.
 
Notizie sulla Flora:
Su Monte Cofano distinguiamo diversi ambienti naturali: quello rupestre, la prateria ad ampelodesma, la gariga con predominanza di palma nana o di euforbia arborea. E poi qualche raro lembo di vegetazione arborea a leccio sui brecciai; una piccola area umida stagionale e infine una forra torrentizia. La vegetazione non è quella che spontaneamente secoli fa ricopriva queste aree: se così fosse, sulle pendici del monte dovrebbero esserci molte aree boscate con lecceta e quercia castagnara (Quercus virgiliana), ma l’opera di disboscamento ed incendio ha mutato l’aspetto di quest’area, portandola ad avere una gran quantità di “disa” (nome locale dell’ampelodesma, robusta graminacea cespugliosa di grandi dimensioni) e di “giummara” (palma nana): piante che resistono all’incendio cacciando nuovi getti, preziose per l’economia locale, poiché vengono impiegate nell’artigianato (per lavori d’intreccio o sfibrate per il crine vegetale) e nella pastorizia. Della palma nana, sino a tempi non lontani, si mangiavano anche i frutti, il midollo (curina) e le radici. L’uomo aveva tutto l’interesse, quindi, a mantenere questo tipo di vegetazione. Dal punto di vista botanico, la vera peculiarità della riserva è rappresentata dall’ambiente rupestre, che accoglie molte piante endemiche di cui alcune esclusive della zona: si tratta per lo più di erbacee adattate ad ambienti estremi, tra cui spiccano per importanza lo sparviere del cofano, l’erica siciliana, il cavolo trapanese, il cavolo di Bivona, il fiordaliso delle scogliere e i perpetuini di Monte Cofano. La disa L’ampelodesma, localmente detto disa, è una graminacea che forma cespi di grosse dimensioni (alti oltre 1,5 m) con foglie scabre molto resistenti, e grandi infiorescenze a pannocchia. Cresce in quei luoghi dove l’incendio, il disboscamento e il pascolo hanno degradato l’antica copertura vegetale. Con le sue forti radici fascicolate, consolida il suolo e soffoca la ricrescita della flora precedentemente insediata. Dopo un incendio ricaccia prontamente nuovi getti: le sue lunghe foglie ancor oggi trovano impiego in lavori artigianali d’intreccio per produrre stuoie, cordami, sacchi, cesti e legacci per l’agricoltura. Sfibrate erano un tempo utilizzate per ottenere il crine vegetale. Dal punto di vista ecologico, la disa va a costituire praterie su ambienti assolati e aridi, essendo adattata a condizioni che per altre piante potrebbero essere proibitive. E’ distribuita lungo le coste del Mediterraneo occidentale.
 
Notizie sulla Fauna:
In questi ambienti naturali nidificano e stazionano molti uccelli tra cui il falco pellegrino, velocissimo ed abilissimo predatore di uccelli, e la rarissima aquila di Bonelli. E’ l’habitat ideale anche dei corvi imperiali e delle tre specie di rondoni (comune, pallido e maggiore). Sulle scogliere svernano i cormorani e le sule, mentre il martin pescatore e diverse specie di grandi trampolieri sostano di passaggio durante le migrazioni. Molte piccole specie arboricole, come le irrequiete cince o i fringillidi, il pigliamosche e i piccoli mammiferi come l’arvicola di Savi (roditore scavatore che richiede suoli profondi e soffici) o il topo selvatico trovano rifugio nelle boscaglie di leccio insieme al topo quercino che, sorprendentemente, si adatta a vivere anche in piccole cavità rocciose. Le aree aride e aperte sono il regno dell’istrice, grosso roditore la cui presenza si rileva dagli aculei abbandonati sul terreno; nelle praterie e fra la gariga arbustiva non è difficile scovare il coniglio, preda prediletta dell’aquila di Bonelli, ma anche della piccola donnola (che lo assale nonostante la mole più grande della sua preda) e dall’opportunista volpe che non disdegna una dieta onnivora, preferendo raccogliere “quel che c’è”: frutti o grossi insetti in mancanza di prede più grosse. Le rocce che affiorano tra le praterie o l’arbusteto rappresentano ottimi posatoi per uccelli, come il codirosso spazzacamino, la passera lagia o il passero solitario. Nelle zone arbustive, frequentate da piccoli roditori, si notano molti uccelli di macchia tra cui l’immancabile occhiocotto. Mentre nelle aree più pianeggianti si può osservare la sterpazzolina, in quelle più collinari e montane si trova la rara coturnice di Sicilia che, grazie all’istituzione dell’area protetta, qui è in aumento. Nelle zone in cui la gariga si dirada con qualche raro albero, ecco una presenza eccezionale: l’averla capirossa, uccelletto che ha l’abitudine di infilzare le sue prede (insetti) sulle spine di certi cespugli, in modo da avere una “dispensa” sempre pronta. Presenze comuni ed ubiquitarie sono i corvidi come taccole e gazze, che nidificano là dove sopravvivono gli alberi di leccio o sulle colture agricole arboree. Tra i migratori che transitano, ricordiamo anche varie specie d’anatra, gabbiani (soprattutto i “comuni”) e due specie di falconiformi: il falco di palude e il pecchiaiolo, divoratore d’api. E infine un accenno ai rapaci notturni, animali comuni in questa riserva: mentre assiolo e civetta nidificano e cacciano tra gli arboreti e i frutteti, l’allocco e il barbagianni scelgono le cavità rocciose fra le pareti. Fatto, quest’ultimo, che risulta particolarmente interessante nell’allocco, che da frequentatore di boschi si adatta all’ambiente roccioso. La ricchezza in prede (piccoli roditori) permette a questi uccelli di permanere con tranquillità: il cibo assicurato val bene uno sforzo d’adattamento. Il falco pellegrino E’ il falcone per eccellenza: nel suo De Ars venandi cum avibus Federigo II, Stupor Mundi, lo indica come prediletto per la caccia e dà indicazioni per addestrarlo. Di dimensioni medie, ha apertura alare di 60-80 cm e peso tra i 400 e gli 800 grammi; è velocissimo (raggiunge i 250 km orari) e abile cacciatore: le sue prede sono uccelli, soprattutto cardellini, storni e colombi, che raggiunge dopo incredibili picchiate, urtandoli con gli artigli ed afferrandoli durante la caduta. In assenza di uccelli si accontenta eccezionalmente di piccoli mammiferi. Nidifica sulle rupi a strapiombo, meglio se calcaree e quasi sempre inaccessibili. Caccia sia nelle zone elevate delle montagne che nelle vallate o sulle coste marine (e persino in prossimità dei centri abitati). E’ stanziale, abitudinario e molto fedele al sito di riproduzione. Depone le uova (da 1 a 4) alla fine dell’inverno: i piccoli nasceranno dopo un mese e lasceranno il nido solo a maggio. Vengono nutriti quasi esclusivamente dalla madre, mentre il padre caccerà per tutta la famiglia. Pur se minacciato dai falconieri che ne catturano le uova, dai bracconieri e dalla diminuzione delle prede (soprattutto gli uccelli insettivori che risentono del degrado ambientale dovuto all’uso di insetticidi), in quest’area è, forse, l’animale più espressivo. In Sicilia è presente la sottospecie brookei di dimensioni minori e con colori del piumaggio più scuri. Una curiosità: i suoi pulcini depredati dai nidi vengono allevati, addestrati e venduti illegalmente per alimentare il mercato nero dei paesi centro-europei e degli emirati arabi.
 
Un po’ di Storia:
Pochi elementi sembrano testimoniare la presenza dell’uomo, il paesaggio appare deserto e desolato ma, chi arriva sin qui è subito compensato da uno splendido mare incontaminato, nelle cui acque la leggenda racconta che Enea ed i suoi compagni, profughi Troiani, si sfidassero in gare di nuoto tra la costa ed uno scoglio antistante (lo Scialandro), poco lontano dal massiccio del Cofano. Un visitatore attento e curioso però non si lascia prendere dalla prima impressione e si accorge delle numerose orme lasciate dall’uomo nel passato, che si inseguono per tutto il litorale sul quale s’innalza una maestosa torre di guardia. Le notizie storiche sull’area della riserva non sono numerose, poiché non sono state approfondite le ricerche effettuate tra la fine dell’Ottocento, gli inizi del Novecento e negli anni ‘80. Questi luoghi comunque devono essere stati abitati sin dal Paleolitico Superiore (12.000 a.C. circa) ed è probabile che quello che è stato detto per lo sviluppo della vita umana nella grotta dell’Uzzo, allo Zingaro, possa essere ripetuto anche per gli insediamenti di Monte Cofano. Si potrebbe anche ipotizzare l’influenza dagli Elimi, insediati nei dintorni, ma le tracce evidenti, che sono state individuate sul pendio settentrionale del Cofano, sono frammenti di ceramica databili dal V sec. a.C. al V-VI sec. d.C., oltre ai resti murari punico-romani. Chi avesse voglia ed interesse di arrampicarsi sul monte, a mezza costa troverà una grande cisterna per la raccolta delle piogge, alla quale si arriva da scalini delimitati da pareti intonacate; sul fianco opposto invece, potrà osservare un muro, forse parte della fortificazione di un insediamento, ma di questi edifici ancora non ci sono notizie certe. Emergenze paesaggistiche Grotta di Monte Cofano I: di particolare interesse speleologico. Forra del Cipollazzo: suggestiva forra torrentizia in contrada Cipollazzo. Pozza presso Baglio Cofano: alla base del versante sud-orientale di Monte Cofano, all’altezza di 247 m s.l.m.. Torre di avvistamento: sul versante orientale del monte. Calazza: tratto di costa sul versante orientale (golfo del Cofano) nello spazio antistante la torre, con tracce di un probabile stabilimento per la lavorazione del pesce. Il promontorio di Monte Cofano, che s’innalza sul golfo omonimo, dominandolo, appare a chi giunge da Castelluzzo selvaggio ed aspro, come lo spazio che lo circonda. Al primo sguardo, l’impressione che se ne ricava è di desolazione: terreno brullo, scarse sterpaglie, ampia distesa interrotta solo da spuntoni di roccia, mancanza di riparo dalla calura, che qui talvolta può essere insopportabile. A dispetto delle apparenze, questo è uno dei rari posti della Sicilia in cui il mare è incontaminato e consente lo sviluppo del trottoir a vermetus, un “marciapiede” organico, costruito da molluschi marini, indicatore di qualità delle acque. Doppiata la Punta del Saraceno, sul versante settentrionale, il monte si affaccia sul Golfo di Bonagia e si presenta con un aspetto totalmente diverso: le pareti aspre, movimentate e ripidissime incombono sugli accumuli di detriti alla base del monte, creando deliziose calette riparate dove l’acqua è cristallina. Numerosi sono i tesori naturalistici del Cofano che ospita parecchie specie botaniche rare ed esclusive, come sono alcune specie della ricca fauna locale, adattata alla natura aspra e arida dei luoghi: la coturnice di Sicilia e l’aquila di Bonelli, uccelli a rischio d’estinzione. Tra le finalità dell’istituzione della riserva c’è la salvaguardia di formazioni geologiche, anche sotterranee (carsismo), di cui è ricco il territorio di Custonaci. Famosa è la Grotta di Scurati, abitata sin dall’epoca neolitica: nel periodo natalizio vi si allestisce un presepe vivente, dove sono riproposti i mestieri tradizionali del luogo. Torre di avvistamento Si erge isolata sul litorale roccioso a Calazza Cofano, a pochi passi dal mare. Con la sua presenza, caratterizza quel lembo di costa che conserva ancora uno spazio poco antropizzato: poche e sporadiche sono le rustiche costruzioni nel circondario, immerse tra fichidindia, mandorli e quel poco di verde concentrato, in piccoli sprazzi, ai piedi del Monte Cofano. Edificata probabilmente nel XVI sec., la Torre è citata dal Camilliani (ingegnere e architetto di edifici civili e militari, vissuto tra il XVI e il XVII sec.) come torre accomodata per la guardia di una tonnara detta di Cofano. La costruzione ha la pianta a forma quadrata stellare, con torrettine triangolari sporgenti dalle pareti ed un ingresso a piano terra, probabilmente aperto in tempi successivi alla costruzione originaria. Le dimensioni dell’edificio fanno ipotizzare che gli interessi economici, dovuti alla pesca del tonno e all’agricoltura del luogo, fossero tanto congrui da dover essere ben difesi. Le torri, anche se apparentemente isolate, fanno parte di un sistema di difesa che ha avuto una funzione fondamentale nei terribili momenti delle incursioni piratesche: comunicavano con segni convenzionali, luminosi (fuoco, specchi) l’arrivo dei “turchi”.
 

(Fonte testo: Azienda Foreste Demaniali della Regione Siciliana)

Siti Natura 2000 associati:
Monte Cofano e Litorale (ITA010011)

 

Inserimento scheda: Ignazio Caloggero

Foto e video: web

Contributi informativi:  Ignazio Caloggero, Web 

Nota: Il popolamento delle schede della Banca dati Heritage, procede per fasi incrementali: catalogazione, georeferenziazione, inserimento informazioni e immagini. Il bene culturale in oggetto è stato catalogato, georeferenziato ed inserite le prime informazioni. Al fine di arricchirne i contenuti informativi sono graditi ulteriori contributi, se lo desiderate potete contribuire attraverso la nostra area “I Vostri Contributi

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