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Luogo
Unnamed Road

I luoghi del racconto letterario di Omero

Bene inserito nel registro LIM della Regione Sicilia (I Luoghi del racconto letterario, cinematografico, televisivo)  – Settore “I Luoghi del racconto letterario di Omero”.

  • (Odissea –  XII)  Scilla  e  Cariddi  (Stretto  di Messina)
  • (Odissea –  X)  Isole  Eolie  (prov. Messina)
  • (Odissea – IX) Arcipelago dei Ciclopi (Acitrezza, Catania)

Omero è il nome con il quale è storicamente identificato il poeta greco autore dell’Iliade e dell’Odissea, i due massimi poemi epici della letteratura greca.

Scilla e Cariddi , Stretto di Messina

Dall’Odissea di Omero (libro XII):  

L’altro scoglio, più basso tu lo vedrai, Odisseo, / vicini uno all’altro, / dall’uno potresti colpir l’altro di freccia. / Su questo c’è un fico grande, ricco di foglie; / e sotto Cariddi gloriosamente l’acqua livida assorbe. / Tre volte al giorno la vomita e tre la riassorbe / paurosamente. Ah, che tu non sia là quando riassorbe.

Isole Eolie , Arcipelago delle Eolie

Nell’Odissea di Omero (libro X, vv 1-25) , si racconta che le Isole Eolie ospitarono Ulisse reduce dalla guerra di Troia. Si narra che Eolo lo ospitò e gli donò un otre di pelle dentro la quale erano rinchiusi i venti contrari alla navigazione. La leggenda vuole che, durante il viaggio, Ulisse fece soffiare solo il dolce Zefiro ma mentre egli dormiva, i suoi compagni, credendo che l’otre fosse piena di tesori, l’aprirono liberandone i venti che scatenarono una terribile tempesta dalla quale si salvò solo la nave di Ulisse.

“E giungemmo all’isola Eolia. Qui dimorava Eolo, caro agli dei, figlio di Ippota. L’ isola errava nuotando. Un muro la cinge bronzeo; e liscia s’innalza una rupe. Dodici figli con lui nel palazzo vivevano. La casa odorosa riecheggia al suono dei flauti finchè il giorno dilegua; Poi quando licenza gli chiesi di andarmene non rifiutò, ma prese a cuore il mio viaggio; spogliò delle cuoia un bove novenneun otre ne fece, e dentro vi chiuse dei venti ululanti le vie: custode l’aveva dei venti fatto il cronide, e poteva quieti tenerli o incitarli a sua voglia. Nella concava nave con lucida fune, argentea, l’otre legò, di guisa che fuori neppure un alito uscisse; ma solo il soffio di Zefiro per me liberò che la nave benigno spingesse per noi”.

Arcipelago dei Ciclopi

Dall’Odissea di Omero (libro IX):  

“Voialtri ora aspettatemi, miei cari compagni; io con la mia nave e la mia ciurma andrò a esplorare queste genti, chi sono, se son violenti, selvaggi, senza giustizia, o amanti degli ospiti e han mente pia verso i numi>>.

Così detto, salii sulla nave e ordinai che i compagni a loro volta salissero e la fune sciogliessero. Subito quelli salivano e sui banchi sedevano, e in fila seduti battevano il mare schiumoso coi remi. Quando dunque arrivammo alla terra vicina, qui sull’estrema punta una grotta vedemmo, sul mare, eccelsa, ombreggiata da lauri; e qui molte greggi, pecore e capre, avevano stalla; intorno un recinto alto correva, fatto di blocchi di pietra, e lunghi tronchi di pino, e querce alta chioma. Qui un uomo aveva tana, un mostro, che greggi pasceva, solo, in disparte, e con altri non si mischiava, ma solo viveva, aveva animo ingiusto.

Era un mostro gigante; e non somigliava a un uomo mangiatore di pane, ma a picco selvoso d’eccelsi monti, che appare isolato dagli altri. Allora ai fidi compagni ordinavo di rimanere alla nave, di far guardia alla nave; e io, scelti fra loro i dodici più coraggiosi, andai, ma un otre caprino avevo, di vino nero,
[…]
Un grande otre pieno di questo portavo e dei cibi in un cesto; perché sentì subito il mio cuore altero che avremmo trovato un uomo vestito di poderoso vigore, selvaggio, ignaro di giustizia e di leggi. Rapidamente all’antro arrivammo, ma dentro non lo trovammo; pasceva pei pascoli le pecore pingui. Entrati nell’antro, osservammo ogni cosa; dal peso dei caci i graticci piegavano; steccati c’erano, per gli agnelli e i capretti, e separata ogni età vi stava chiusa, a parte i primi nati, a parte i secondi, a parte ancora i lattonzoli; tutti i boccali traboccavan di siero, e i secchi e i vasi nei quali mungeva. 

Subito allora mi supplicarono con parole i compagni, che, rubati i formaggi, tornassimo indietro; che in fretta, all’agile nave gli agnelli e i capretti spingendo fuori dai chiusi, rinavigassimo l’acque del mare; ma io non volli ascoltare – e sarebbe stato assai meglio –  per vederlo in persona, se mi facesse i doni ospitali

Ah! non doveva essere amabile la sua comparsa ai compagni. Là, acceso il fuoco, facemmo offerte, e anche noi prendemmo e mangiammo formaggi, e l’aspettammo dentro, seduti, finché venne pascendo; portava un carico greve di legna secca, per la sua cena. E dentro l’antro gettandolo produsse rimbombo: noi atterriti balzammo nel fondo dell’antro.
Lui nell’ampia caverna spinse le pecore pingui, tutte quante ne aveva da mungere; ma i maschi li lasciò fuori, montoni, caproni, all’aperto nell’alto steccato. Poi, sollevandolo, aggiustò un masso enorme, pesante, che chiudeva la porta: io dico che ventidue carri buoni, da quattro ruote, non l’avrebbero smosso da terra, tale immensa roccia, scoscesa, mise a chiuder la porta.
Seduto, quindi, mungeva le pecore e le capre belanti, ognuna per ordine, e cacciò sotto a tutte il lattonzolo. E subito cagliò una metà del candido latte,
e, rappreso, lo mise nei canestrelli intrecciati; metà nei boccali lo tenne, per averne da prendere e bere, che gli facesse da cena. Come rapidamente i suoi lavori ebbe fatto, allora accese il fuoco e ci vide e ci disse: <<Stranieri, chi siete? e di dove navigate i sentieri dell’acqua? forse per qualche commercio, o andate errando così, senza meta sul mare, come i predoni, che errano giocando la vita, danno agli altri portando?>>  Così disse, e a noi si spezzò il caro cuore dalla paura di quella voce pesante e di quell’orrido mostro. Ma anche così, gli risposi parola, gli dissi: <<Noi siamo Achei, nel tornare da Troia travolti da tutti i venti sul grande abisso del mare; diretti alla patria, altro viaggio, altri sentieri battemmo: così Zeus volle decidere. Ci vantiamo guerrieri dell’Atride Agamennone, di cui massima è ora sotto il cielo la fama, tale città ha distrutto, ha annientato guerrieri innumerevoli. E ora alle tue ginocchia veniamo
supplici, se un dono ospitale ci dessi, o anche altrimenti ci regalassi qualcosa; questo è norma per gli ospiti. Rispetta, ottimo, i numi; siamo tuoi supplici. E Zeus è il vendicatore degli stranieri e dei supplici, Zeus ospitale, che gli ospiti venerandi accompagna>>. Così dicevo; e subito rispose con cuore spietato: <<Sei uno sciocco, o straniero, o vieni ben da lontano tu che pretendi di farmi temere e rispettare gli dèi. Ma non si danno pensiero di Zeus egίoco i Ciclopi né dei numi beati, perché siam più forti. Non certo evitando l’ira di Zeus ti vorrò risparmiare,
né te, né i compagni, se non vuole il mio cuore. Ma dimmi dove lasciasti la nave ben fabbricata, se laggiù in fondo all’isola o vicino, che sappia>>. Così disse tentandomi, ma non mi sfuggì, perché sono accorto. E rispondendogli dissi con false parole: <<La nave me l’ha spezzata Poseidone enosίctono, contro gli scogli cacciandola, al limite del vostro paese; proprio sul promontorio: il vento dal largo spingeva. Io solo sfuggii con questi l’abisso di morte>>. Così dicevo: nulla rispose nel suo cuore spietato, ma con un balzo sui miei compagni le mani gettava
e, afferrandone due, come cuccioli a terra li sbatteva, scorreva fuori il cervello e bagnava la terra. E fattili a pezzi, si preparava la cena;
li maciullava come leone montano; non lasciò indietro né interiora, né carni, né ossa o midollo. E noi piangendo a Zeus tendevamo le braccia vedendo cose terribili: ci sentivamo impotenti.
Quando il Ciclope ebbe riempito il gran ventre, carne umana mangiando e latte puro bevendo, si distese nell’antro, sdraiato in mezzo alle pecore. E io pensai nel mio cuore magnanimo
d’avvicinarmi e, la spada puntuta dalla coscia sguainando, piantarla nel petto, dove il fegato s’attacca al diaframma, cercando a tastoni; ma mi trattenne un altro pensiero. Infatti noi pure là perivamo di morte terribile: non potevamo certo dall’alta apertura a forza di braccia spostare l’enorme roccia, che vi aveva addossata. 

Così allora gemendo aspettammo l’Aurora lucente. Come, figlia di luce, brillò l’Aurora dita rosate, accese il fuoco di nuovo; munse le pecore belle, tutte per ordine, e cacciò sotto a tutte il lattonzolo. Poi, quando rapidamente i suoi lavori ebbe fatto, ancora, afferrando due uomini, si preparò il pasto. Mangiato, spinse fuori dall’antro le pecore pingui, senza fatica togliendo l’enorme masso: ma subito ve lo rimise, come se alla faretra rimettesse il coperchio, e con un lungo fischio al monte volse le pecore pingui il Ciclope; e io rimasi a meditar vendetta in cuore,
se avessi potuto punirlo, m’avesse dato Atena quel vanto. E questo nell’animo mi parve il piano migliore: c’era un grande vincastro del mostro, presso uno dei chiusi, un tronco verde d’olivo: doveva averlo tagliato per portarlo poi secco; lo giudicammo, a vederlo, grande come l’albero di nera nave, da venti banchi, di nave larga, da carico, che solca l’abisso infinito, tanto era lungo, tanto era grosso a vederlo. Io mi avvicinai e ne tagliai quanto due braccia, e lo diedi ai compagni, e comandai di sgrossarlo. Essi lo resero liscio; poi io mi misi a aguzzarlo
in punta, quindi lo presi, lo feci indurire alla fiamma, e lo nascosi bene, coprendolo sotto il letame, che per la grotta in grande abbondanza era sparso. Poi volli che gli altri tirassero a sorte,
chi avrebbe osato con me, sollevando quel palo, girarlo nell’occhio, quando l’avesse preso il sonno soave. Estrassero a sorte quelli che appunto avrei scelti, quattro: e quinto con loro io mi contai. A sera tornò, le pecore bei velli pascendo, e subito nel vasto antro spinse le pecore pingui, tutte quante: non ne lasciava all’aperto nella corte profonda, o per qualche suo piano, o forse un dio così volle. Dunque, dopo che, sollevandolo, aggiustò il grande masso, seduto mungeva le pecore e le capre belanti, tutte per ordine, e cacciò sotto a tutte il lattonzolo.
Come rapidamente i suoi lavori ebbe fatto, ancora, afferrando due uomini, preparò il pasto. Allora io al Ciclope parlai, avvicinandomi con in mano un boccale del mio nero vino:
<<Ciclope, to’, bevi il vino, dopo che carne umana hai mangiato, perché tu senta che vino è questo che la mia nave portava. Per te l’avevo recato come un’offerta, se avendo pietà, m’avessi lasciato partire; invece tu fai crudeltà intollerabili, pazzo! Come in futuro potrà venir qualche altro a trovarti degli uomini? Tu non agisci secondo giustizia>>. Così dicevo; e lui prese e bevve; gli piacque terribilmente bere la dolce bevanda; e ne chiedeva di nuovo: <<Dammene ancora, sii buono, e poi dimmi il tuo nome, subito adesso, perché ti faccia un dono ospitale e tu ti rallegri. Anche ai Ciclopi la terra dono di biade produce vino nei grappoli, e a loro li gonfia la pioggia di Zeus. Ma questo è un fiume d’ambrosia e di nettare>>. Così diceva: e di nuovo gli porsi vino lucente; tre volte gliene porsi, tre volte bevve, da pazzo. Ma quando al Ciclope intorno al cuore il vino fu sceso, allora io gli parlai con parole di miele: <<Ciclope, domandi il mio nome glorioso? Ma certo, lo dirò; e tu dammi il dono ospitale come hai promesso. Nessuno ho nome: Nessuno mi chiamano madre e padre e tutti quanti i compagni>>.

Così dicevo; e subito mi rispondeva con cuore spietato: <<Nessuno io mangerò per ultimo, dopo i compagni; gli altri prima; questo sarà il dono ospitale>>. Disse, e s’arrovesciò cadendo supino, e di colpo giacque, piegando il grosso collo di lato: lo vinse il sonno che tutto doma: e dalla gola vino gli usciva, e pezzi di carne umana; vomitava ubriaco. Allora il palo cacciai sotto la molta brace, finché fu rovente; e con parole a tutti i compagni facevo coraggio, perché nessuno, atterrito, si ritirasse. Quando il palo d’ulivo nel fuoco già stava per infiammarsi, benché fosse verde, splendeva terribilmente, allora in fretta io lo toglievo dal fuoco, e intorno i compagni mi stavano; certo un dio c’ispirò gran coraggio.

Essi, alzando il palo puntuto d’olivo, nell’occhio lo spinsero: e io premendo da sopra giravo, come un uomo col trapano un asse navale trapana; altri sotto con la cinghia lo girano, tenendola di qua e di là: il trapano corre costante; così ficcato nell’occhio del mostro il tizzone infuocato, lo giravamo; il sangue scorreva intorno all’ardente tizzone; arse tutta la palpebra in giro e le ciglia, la vampa della pupilla infuocata; nel fuoco le radici friggevano.

Come un fabbro una gran scure o un’ascia nell’acqua fredda immerge, con sibilo acuto, temprandola: e questa è appunto la forza del ferro; così strideva l’occhio del mostro intorno al palo d’olivo.  Paurosamente gemette, n’urlò tutta intorno la roccia; atterriti balzammo indietro: esso il tizzone strappò dall’occhio, grondante di sangue, e lo scagliò lontano da sé, agitando le braccia, e i Ciclopi chiamava gridando, che in giro vivevano nelle spelonche e sulle cime ventose. E udendo il grido quelli correvano in folle, chi di qua, chi di là; e stando intorno alla grotta chiedevano che cosa volesse: <<Perché, Polifemo, con tanto strazio hai gridato nella notte ambrosia, e ci hai fatto svegliare? forse qualche mortale ti ruba, tuo malgrado, le pecore? o t’ammazza qualcuno con la forza o d’inganno?>> E a loro dall’antro rispose Polifemo gagliardo: <<Nessuno, amici, m’uccide d’inganno e non con la forza>>. E quelli in risposta parole  fugaci dicevano: <<Se dunque nessuno ti fa violenza e sei solo, dal male che manda il gran Zeus non c’è scampo; piuttosto prega il padre tuo, Poseidone sovrano>>. Così dicevano andandosene: e il mio cuore rideva, come l’aveva ingannato il nome e la buona trovata. Il Ciclope piangendo, straziato da strazio feroce, a tentoni levò dalla porta gran masso, e stava lui stesso a seder sulla porta, a braccia distese, se tra le pecore potesse afferrare qualcuno che uscisse: così sperava che nel mio cuore fossi bamboccio. Io, intanto, pensavo come cavarmela nel miglior modo, se ai compagni e a me stesso qualche scampo da morte potevo trovare; ogni sorte d’inganni e di piani tessevo, perch’era in gioco la vita, grande sovrastava il malanno. 

E questo nell’animo mi parve il mezzo migliore: c’erano dei montoni ben grassi, dal vello foltissimo, belli e grandi, e avevano lana colore di viola; questi in silenzio legavo insieme coi vimini torti su cui il Ciclope dormiva, il mostro assassino, a tre a tre; e quello di mezzo portava un uomo, e i due di fianco, avanzando, il compagno salvavano. Così tre montoni ciascun uomo portavano; io, poi, ‒ c’era un ariete, fra tutta la greggia il più bello – per le reni afferrandolo, steso sotto la pancia lanuta stetti; e con le mani la lana meravigliosa torcendo stretta, mi tenni avvinto con cuore paziente. 

I luoghi interessati sono anche legati al Mito di Ulisse, anch’esso inserito nel registro LIM 

Inserimento scheda: Ignazio Caloggero

Foto: web

Contributi informativi:  Ignazio Caloggero, Regione Sicilia

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