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Luogo
Piazza Marchese di Regalmici, 1, Palermo
455 Piazza Verdi

I luoghi del racconto letterario di Giuseppe Tomasi di Lampedusa: Quattro Canti di Campagna e Porta Maqueda

 

Quattro Canti di Campagna (Piazza Marchese di Regalmici)

All’incrocio tra le vie Mariano Stabile e Ruggero Settimo. La piazza era chiamata i “Quattro canti di campagna”, per distinguerla da piazza Vigliena, detta anche i “Quattro canti di città” o semplicemente “Quattro canti”.  Il nome attuale è legato al marchese di Regalmici  che ne sostenne la realizzazione.

All’epoca del racconto del Gattopardo le vie Mariano Stabile e Ruggero Settimo erano in aperta campagna e si incontravano in una piazzetta, allestita con panche di pietra a disposizione dei viaggiatori che desideravano di riposarsi prima di proseguire il loro cammino. 

Porta Maqueda

La porta si trovava nel lato opposto rispetto alla Porta di Vicari nell’omonima strada, fu edificata nel 1600. Fu demolita e poi ricostruita nel 1766. Nel 1780, con il prolungamento della via Maqueda fu nuovamente demolita e riedificata. Definitivamente demolita nel 1877 per la costruzione del Teatro Massimo e della piazza circostante.

 

I siti fanno parte dei luoghi del racconto letterario di Giuseppe Tomasi di Lampedusa inseriti nel Registro della Regione Sicilia  LIM (I Luoghi del racconto letterario, cinematografico, televisivo)

Questo l’elenco dei luoghi inseriti nel registro LIM:

(Il Gattopardo) :

  • Palermo:
    • Villa Salina
    • Villa Tomasi a San Lorenzo Colli,
    • Villa Airoldi,
    • Villa Ranchibile,
    • C/da Terrerosse
    • Villa Trabia
    • Orti di Villafranca
    • Porta Maqueda
    • Quattro Canti di Campagna (Piazza Marchese di Regalmici),
    • Casa Professa,
    • la Cala,
    • Portico Chiesa S. Maria della Catena,
    • Palazzo Ponteleone/Monteleone,
    • Via Valverde,
    • Absidi Chiesa San Domenico,
    • Discesa dei Bambinai,
    • Via Salina,
    • Hotel Trinacria
  • Bisacquino (prov. Palermo);
  • Fattoria di Rampinzeri (Santa Ninfa-prov.Trapani );
  • Forra della Dragonara (prov. Agrigento);
  • Bivio Misilbesi (prov. Agrigento);
  • Santa Margherita del Belice-prov. Agrigento:
    • Chiesa della Madonna delle Grazie,
    • Palazzo Salina/Filangeri-Cutò,
    • Taverna di “zzu Minicu” 
    • Donnafugata ;
  • Monastero di Santo Spirito (Palma di Montechiaro-prov. Agrigento)

“”

All’ingresso dei sobborghi della città, a villa Airoldi, una pattuglia fermò la vettura. Voci pugliesi, voci napoletane intimarono l'”alt,” smisurate baionette balenarono sotto l’oнscillante luce di una lanterna; ma un sottufficiale riconobbe presto don Fabrizio che se ne stava con la tuba sulle ginocchia. “Scusate, Eccellenza, passate.” E anzi fece salire a cassetta un soldato perché non venisse disturbato dagli altri posti di blocco. Il coupé appesantito andò più lento, contornò villa Ranchibile, oltrepassò Terrerosse e gli orti di Villafranca, entro in città per Porta Maqueda. Al caffè Romeres ai Quattro Canti di Campagna gli ufficiali dei reparti di guardia scherzavano e sorbivano granite enormi. Ma fu il solo segno di vita della città: le strade erano deserte, risonanti solo del passo cadenzato delle ronde che andavano passando con le bandoliere bianche incrociate sul petto. Ai lati il basso continuo dei conventi, la Badia del Monte, le Stimmate, i Crociferi, i Teatini, pachidermici, neri come la pece, immersi in un sonno che rassomigliava al nulla.

“Fra due ore ripasserò a prendervi, Padre. Buone orazioni.” Ed il povero Pirrone bussò confuso alla porta del convento, mentre il coupé si allontanava per i vicoli. Lasciata la vettura al palazzo il Principe si diresse a piedi là dove era deciso ad andare. La strada era breve, ma il quartiere malfamato. Soldati in completo equipaggiamento, cosicché si capiva subito che si erano allontanati furtivamente dai reparti bivaccanti nelle piazze, uscivano con gli occhi smerigliati dalle casette basse sui cui gracili balconi una pianta di basilico spiegava la facilità con la quale
erano entrati. Giovinastri sinistri dai larghi calzoni litigavano nelle tonalità basse  dei siciliani arrabbiati. Da lontano giungeva il rumore di schioppettate sruggite a sentinelle nervose. Superata questa contrada la strada costeggiò la Cala: nel vecchio porto peschereccio le barche semiputride dondolavano, con l’aspetto desolato dei cani rognosi.

S’incupì tanto che la Principessa seduta accanto a lui tese la mano infantile e carezzò la potente zampacela che riposava sulla tovaglia. Gesto improvvido che scatenò una serie di sensazioni: irritazione per esser compianto, sensualità risvegliaнta ma non più diretta verso chi l’aveva ridestata. In un lampo al Principe appari l’immagine di Mariannina con la testa affondata nel guanciale. Alzò seccamente la voce: “Domeniнco” disse a un servitore “vai a dire a don Antonino di attaccare i bai al coupé; scendo a Palermo subito dopo cena.” Guardando gli occhi della moglie che si erano fatti vitrei si pentì di quanto aveva ordinato, ma poiché era impensabile il ritiro di una disposizione già data, insistette, unendo anzi la beffa alla crudeltà: “Padre Pirrone, venga con me, saremo di ritorno alle undici; potrà passare due ore a Casa Professa con i suoi amici.”

Andare a Palermo la sera, ed in quei tempi di disordini, appariva manifestamente senza scopo, se si eccettuasse quello di un’avventura galante di basso rango: il prendere poi come compagno l’ecclesiastico di casa era offensiva prepotenza. Almeno padre Pirrone lo sentì cosi, e se ne offese; ma, naturalmente, cedette.

L’ultima nespola era stata appena ingoiata che già si udiva u rotolare della vettura sotto l’androne; mentre in sala un cameriere porgeva la tuba a don Fabrizio e il tricorno al Gesuita, la Principessa ormai con le lagrime agli occhi, fece un ultimo tentativo, quanto mai vano: “Ma, Fabrizio, di questi tempi… con le strade piene di soldati, piene di malandrini… può succedere un guaio.” Lui ridacchiò. “Sciocchezze, Stella, sciocchezze; cosa vuoi che succeda; mi conoscono tutti: uomini alti una canna ce ne sono pochi a Palermo. Addio.” E baciò frettolosamente la fronte ancor liscia che era al vello del suo mento. Però, sia che l’odore della pelle della Principessa avesse richiamato teneri ricordi, sia che dietro li lui il passo penitenziale di padre Pirrone avesse destato ammonimenti pii, quando giunse dinanzi al coupé si trovò di nuovo sul punto di disdire la gita. In quel momento, mentre priva la bocca per dire di rientrare in scuderia, un grido subitaneo “Fabrizio, Fabrizio mio!” giunse dalla finestra di sopra, seguito da strida acutissime. La Principessa aveva una delle sue crisi isteriche. “Avanti!” disse al cocchiere, che se le stava a cassetta con la frusta in diagonale sul ventre. УAvanti, andiamo a Palermo a lasciare il Reverendo a Casa Professa.” E sbatté lo sportello prima che il cameriere potesse chiuderlo.

 

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