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Ecomuseo del carrubo e della civiltà contadina

La creazione dell’ecomuseo del carrubo e della civiltà contadina, nell’ambito della riscoperta dell’antropologia culturale del nostro territorio, rappresenta una testimonianza tangibile di quel percorso di valorizzazione dei beni ambientali e storici, che segna lo studio sistematico e scientifico della cultura contadina, alla quale in passato si è negato il riconoscimento del suo valore storico, sociologico, artistico, di testimonianza dei livelli di civiltà e di evoluzione che hanno contraddistinto lo sviluppo delle nostre campagne.
 
Non a caso la sua ubicazione, all’interno del Parco di Serra San Bartolo, nelle ex case Licata, è una allocazione in case rurali di campagna, nel luogo cioè, che ha rappresentato il centro nevralgico dove si produceva il lavoro contadino di fine secolo scorso. Costituito da un nucleo abitativo permanente al centro di un vasto podere coltivato a carrubeto, la struttura museale, con pochi riadattamenti, ideati e progettati negli ambienti interni dai professori Alfredo Campo e Arturo Barbante, ricalca l’originale architettura rurale tardo ottocentesca con l’abitazione del proprietario, i magazzini, il palmento con i tini per la pigiatura e la vinificazione dei mosti (il torcularium), le stalle, i locali destinati ad ospitare i braccianti, la casa del fattore, la ribbetteria, il locale cioè dove si confezionava il cibo o dove si raccoglievano gli operai per la consumazione dei pasti.
E poi, la cucina e la cappella. Nel cortile (‘u bagghiu’) ‘a sterna’, la cisterna d’acqua costruita in pietra d’intaglio, fungeva da elemento centrale, racchiudendo tutto l’abitato.
 
Diviso in diverse sezioni, le stanze del museo ricostruiscono l’ambientazione della civiltà contadina, con i luoghi della vendemmia, della raccolta delle carrubbe, delle olive e del frumento. Gli attrezzi e gli utensili da lavoro che caratterizzavano la vita dei campi sono stati inventariati uno per uno e trasposti anche in un voluminoso catalogo fotografico ricco di schede descrittive, che ne costituisce la preziosa raffigurazione cartacea.
 
Ma gli ambienti riproducono anche le attività artigianali che alla vita contadina erano fortemente collegati: la putìa ro crivaru (la bottega del costruttore di setacci), la putìa ro firraru (la bottega del fabbro maniscalco che che fissava i ferri agli zoccoli dei cavalli) la bottega del carradore (costruttore di carretti), quella del pittore dei carretti (la putìa di Angelo Burritta), la putìa ro scarparu (la bottega del calzolaio).
 
E poi gli angoli del menage familiare: il forno e l’angolo per la cottura della ricotta, l’ambiente dove si impastava il pane con ‘u scaniaturi’, le botti, i piccoli fiaschi, manufatti in argilla dove poter condire e gustare le pietanze (i piatti in terracotta e i ‘bummula’ dove conservare l’acqua fresca).
 
Un luogo, insomma, che gli studiosi di oggi amano chiamare ecomuseo, cioè museo del territorio e nel territorio. Un museo che valorizza tutti gli elementi antropologici, culturali, storici, in una documentazione reale e visivo-fotografica, che lascia alle generazioni future una testimonianza di inestimabile valore. (Fonte testo: Comune di Vittoria)
 

Inserimento scheda: Ignazio Caloggero

Foto: Google

Contributi informativi:  Ignazio Caloggero, Web 

Nota: Il popolamento delle schede della Banca dati Heritage, procede per fasi incrementali: catalogazione, georeferenziazione, inserimento informazioni e immagini. Il bene culturale in oggetto è stato catalogato, georeferenziato ed inserite le prime informazioni. Al fine di arricchirne i contenuti informativi sono graditi ulteriori contributi, se lo desiderate potete contribuire attraverso la nostra area “I Vostri Contributi

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