Monastero Suore Latine Basiliane di S. Maria de Messana

Risale al 1296. In buona parte restaurato, in contrada” Piano Monache” nel fondovalle del borgo. La permanenza delle religiose in questo sito, fù comunque breve e intorno al 1304, furono costrette ad abbandonarlo, poiché troppo isolato e quindi facile preda per i malintenzionati. Accanto al monastero, nell’ortus salutaris , le monache si dedicavano alle attività erboristiche, sfruttando principalmente tutte le varietà vegetali spontanee con virtù medicamentose, erbe medicinali con la “signatura” di Paracelso e di Santa Ildegarda. Molte di queste signature sono state confermate da studi scientifici.
Questo antico sapere erboristico, fu gestito dalle religiose, che fecero, dell’arte della composizione dei semplici, una particolare occupazione. Il monastero, secondo la Regola dell’ordine, prevedeva l’esistenza dell’ “infirmarius”, cioè, una religiosa timorata di Dio, diligente e preparata, responsabile dell’infermeria. Il suo compito era quello di occuparsi con cura e maestria dell’ “ortus salutaris” dove coltivava, le piante officinali e le erbe che gli sarebbero servite per comporre unguenti e pozioni, decotti ed impiastri, elettuari e rimedi che le conoscenze del tempo permettevano.
Accanto all’orto, nacque così “l’ armaria pigmentariorum “, primordiale farmacia monastica che, dall’iniziale corredo di qualche mortaio ed alambicco, si qualificò sino a diventare una piccola officina farmaceutica, che poi fu ripresa negli anni successivi dalle “curanderas” del borgo.
All’ attività di ricerca e di studio, le religiose, nel pensiero di mantenere e tramandare il patrimonio di conoscenze, affiancarono le attività di riproduzione degli antichi trattati di medicina e di botanica, conferendo all’arte medica, un posto di grande rilievo.
In ogni sede monastica esistevano, infatti, repertori d’opere mediche, accanto a collezioni d’erbari sul forte influsso della celebre Scuola Medica Salernitana, (con la quale, il borgo ha sottoscritto, oltre che con la farmacia museo di Roccavaldina, un protocollo di intesa). Purtroppo collezioni e repertori sono andate distrutte nel corso degli anni a causa dell’incuria dell’uomo e dei ripetuti incendi dolosi.
In eredità, le monache ci hanno lasciato nel monastero due strane pietre, una di forma circolare e una simile a una bitta, un “Omphalos” che in antichità veniva considerato sacro. Probabilmente dei condotti energetici che trasmettevano l’intensità secondo la polarità negativo e positivo, attraverso la griglia energetica planetaria, anche perché il luogo è allineato nella direzione in cui il sole sorge nel giorno più lungo dell’anno, nel solstizio d’estate, ed è abbracciato da due torrenti.
Una coppia di pietre megalitiche, che comunque hanno resistito per secoli all’erosione del tempo e agli assalti dell’uomo moderno, sono tutto ciò che ci rimane di una società che è stata cancellata.
Certo i luoghi sacri non venivano scelti a caso, sono il riflesso di un antico sistema energetico filosofico e astronomico diffuso in tutta Europa.
La natura sacra di questo sito appare evidente a ogni visitatore, ma la sua valenza spirituale è probabilmente ancora in parte da scoprire.
I racconti orali degli emigranti, sostenevano che questa attività praticata dalle suore, con le erbe officinali, sia stata incoraggiata e sostenuta dalla presenza nella attigua collina “testa e coda di serpente “da un eremita, un antico “curanderos” di origine ebraico-spagnola, che pare sia stato fondamentale per la conoscenza e la divulgazione delle proprietà terapeutiche erboristiche.
Fonte: testo fornito da Orazio Bisazza
Inserimento scheda: Ignazio Caloggero
Contributi informativi: Web
Foto: fornite da Orazio Bisazza
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