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I PIRATI NEL
LITORALE DELLA SICILIA SUD-ORIENTALE
DI MELCHIORRE
TRIGILIA
(Articolo pubblicato nella rivista Pagine
dal Sud)
VERRE E I PIRATI DI PORTO ULISSE
Nel
libro V delle Orazioni contro Verre, Cicerone (I sec. a.C.) attribuisce al
pretore romano la colpa della perdita della flotta e il grave affronto
subito dalle armi romane da parte di pirati della zona. Il comando
delle sette navi era stato affidato da Verre al siracusano Cleomene,
marito di una delle sue amanti e come lui inetto e corrotto. Per l’avidità
del pretore, gli equipaggi erano stati ridotti e i viveri erano
insufficienti. Dopo cinque giorni, spinti dalla fame, approdano a capo
Pachino e mentre i marinai si nutrono di radici di palme nane [diffuse nella
zona, specie nell’isola di Capo Passero], Cleomene gozzoviglia con una
donnetta, nella tenda fatta erigere nel lido. Ed ecco che giunge la notizia
che quattro brigantini di pirati “si sono ancorati a poca distanza,
“nel porto di Odissea, chè questo è il nome di quel luogo; la nostra
flotta era nel porto di Pachino”.
Cleomene, ubriaco e spaventato, prende subito il largo con la sua veloce
nave; gli altri comandanti seguono a distanza. I pirati, capeggiati da
Eracleone e Pirgamio, raggiungono, assaltano e depredano le
ultime due navi e poi bruciano le altre cinque, abbandonate dagli
equipaggi nel porto di Eloro. Imbaldanziti dal facile successo, procedono
quindi verso Siracusa e con spavalda sicurezza, la mattina seguente, entrati
nel porto, scorazzano fin nel cuore della città e per colmo di affronto
gettano sulle rive le radici delle palme trovate nelle navi. “O misero
spettacolo! O quale ludibrio per il nome romano!”, esclama sdegnato
Cicerone!” Da questo passo delle Verrine l’autorevole Biagio Pace (I,438)
deduce che nella Punta di Porto Ulisse e in altri promontori e punte della
“Sicilia, esistevano le torri di segnalazione, poi usate in tempi moderni in
difesa contro gli sbarchi dei corsari barbareschi.” Questa torre chiudeva
dunque a ponente la città ed il suo vasto Porto.
I PIRATI BARBARESCHI E TURCHI
La guerriglia
marittima e costiera delle navi corsare musulmane in Sicilia e in Italia
comincia nel VII secolo e continua sporadicamente fino agli inizi del secolo
XIX. Dai documenti rinvenuti nella Geniza del Cairo (Goitein, 1977) risulta
che le azioni di pirateria sulle coste della Sicilia, con provenienza
dall’Egitto, non subirono mai un arresto completo dopo la conquista di
Ruggero il Normanno (1061-1091). Le incursioni arabe, provenienti dai paesi
rivieraschi dell’Africa Settentrionale, continuano nei secoli seguenti, si
intensificano nel ’500 e ’600 e cesseranno solo poco prima del 1830, quando
con la presa di Algeri da parte della Francia, la pirateria nordafricana
venne definitivamente fermata.. I Corsari portavano di sorpresa agguati ed
attacchi sia a navi mercantili e militari, sia a località costiere, per
impossessarsi di merci e persone, vendute poi come schiavi nei numerosi
mercati arabi del Mediterraneo. Queste scorrerie arrecavano perciò gravi
danni al commercio esterno ed interno e soprattutto alle popolazioni
rivierasche, le più esposte ai pericoli, che abbandonavano il litorale e
fuggivano verso l’interno, con conseguente calo della produzione delle
campagne. “U tiempu di li corsari” era da aprile ad ottobre, quando il mare
era navigabile, le genti dedite alla raccolta dei prodotti e questi non
ancora trasportati via.
Il terrore per le razzie dei Saraceni,
che depredavano e rapivano uomini, donne e fanciulli, è rimasto vivo
nell’espressione popolare “Mamma li Turchi” e anche nei canti
popolari: Li Turchi sunu iunti alla marina, all’ordini cuteddi e
cutiddina, scupetti, baddi, pruvuli e lupari… Fra le innumerevoli
vittime dei frequenti raid musulmani, figura anche un Santo, Antonio Nigro,
catturato presso Vendicari e impiccato con altri cristiani a Tunisi il
15-1-1500 (cfr. O. Caietani, Vitae Sanctorum Siculorum.). Le
scorrerie dei corsari sono confermate anche da architetti, geografi e
storici. Camillo Camilliani nel 1584, propone di spianare l’Isola
dei Porri, perché vi si nascondevano facilmente le navi dei pirati.” I
suoi scogli sono tanto alti… che comodamente il corpo di quattro bergantini
disalborati vi si può occultare, sicché da niuna parte può essere scoperto;
e con facilità detti scogli si potriano spianare…e con poca spesa si
potrebbe ovviare al pericolo.” E poco dopo aggiunge. Dopo aver superato i
numerosi e pericolosi “ridotti e antri grandissimi”, in cui “si può
occultare una squadra di galeotte”…si arriva ad un “promontorio domandato
“il Castellaccio….” Il Castellalfero, nella sua Relazione
a Vittorio Amedeo di Savoia del 1713, scrive: “Nell’Isola delli Porri,
come ivi seguono continui li contrabbandi, come pure si fa sovente nido de’
Turchi, vi sarebbe necessaria una Torre di Guardia.
Ci sembra ora opportuno dare qualche
notizia storica sui Corsari Barbareschi.
La Barberia comprendeva nel sec. XVI e
seguenti gli stati nordafricani dal Marocco alla Tripolitania (Libia). A
partire dal 1500 in Barberia fiorisce la pirateria che si organizza
diventando principale fonte di vita di alcuni stati. L’Impero Ottomano, dopo
la conquista di Costantinopoli (Maometto II, 29-5-1453), come capo e
difensore dell’Islam, è desideroso di espandersi ed avere il dominio del
Mediterraneo. Dopo una lunga ed aspra lotta con gli stati cristiani e i
Cavalieri di Malta, con l’aiuto di gruppi di audaci corsari, conquista
l’Algeria, la Tunisia e la Libia, eliminando il dominio delle potenze
occidentali.. Fondatori del nuovo Stato
algerino
furono i fratelli Barbarossa, Arud (o Urug), morto nel 1518 e
Khair, che per le sue imprese, accolto come eroe dal sultano Solimano
I il Magnifico, ebbe il titolo di Khair ad Din (difensore della
fede). In una piazza di Istanbul gli è stata eretta una statua in bronzo.
Uno dei Beylerbeg (Generalissimo) del Pasciacalato turco dell’Algeria, fu il
famoso corsaro Ulug Alì (Ucciali), cristiano apostata calabrese.
Per tre secoli (XVI-XVIII) la Corporazione
dei Capitani delle navi corsare, ricca e potente, costituì un forte
potere dentro lo stato. La Corsa era la forma più saliente di attività ed
era motivata sia dall’accanita lotta fra l’Islam e la Cristianità, sia dalla
“gihàd”, la guerra santa, che per i Musulmani “giustificava, anzi
glorificava lo stato di guerra permanente e il saccheggio a danno delle
popolazioni infedeli.” Le navi corsare erano comandate da un “rais”, scelto
per le sue provate capacità. Esse erano di proprietà del governo o di
privati. Al governo comunque spettavano un quinto del bottino e le navi
nemiche catturate. Vicende analoghe ebbe la Tripolitania e anche a
Tripoli la Corsa organizzata procurava lauti guadagni ai governanti e ai
privati. Un altro stato barbaresco ebbe il suo centro a Tunisi,
conquistata nel 1534 dal Barbarossa. L’anno seguente, 1535, Carlo V la
espugnò, ma nel 1574 fu definitivamente conquistata dai Turchi che ne fecero
un pasciacalato come l’Algeria. Stato barbaresco fu anche il Marocco.
Già dal sec. XIII la pirateria marocchina arrecava gravi danni ai vicini
paesi cristiani e dal Cinquecento fino ai primi dell’Ottocento la grande
pirateria organizzata ebbe numerose basi nelle sue città della costa
atlantica.
Molto numerosi furono i cristiani fatti
schiavi dai pirati, parecchi dei quali furono riscattati con grosse
somme di denaro. Alcuni, convertiti all’Islam, riuscirono ad occupare alti
gradi ed avere notevole parte nella storia degli Stati Barbareschi. Grazie a
loro si diffuse in Barberia la cd. “lingua franca”, un miscuglio di lingue
mediterranee, con prevalenza di Italiano e Spagnolo. (E:I:T:, VI, 121s.)
Ordiniamo ora cronologicamente gli
avvenimenti.
LA SPEDIZIONE IN SICILIA DI BADR AL GAMALI
DEL 1090-91
Il 29 marzo del 1091, una grande
armata di Saraceni e Turchi, comandata dal potentissimo Emiro di Egitto Badr
Al Gamali, il Balicane della tradizione scichilitana, sbarcò alla marina di
Michenchi, presso Donnalucata. Non si trattava di una semplice incursione
piratesca, ma di un grande progetto di invasione, con più di 400 “chelandie”
(navi medievali da guerra e mercantili) e 60.000 “boni armati” con le
micidiali “balixte”. Badr, che negli anni precedenti aveva ricostituito e
rafforzato l’Impero Fatimida, riconquistando e sottomettendo le regioni e i
popoli che lo componevano, nel 1091, tenta di riconqui stare
la Sicilia, perla dell’Impero, ritogliendola al Gran Conte Ruggero.
Secondo la memoria più antica, “lu populo di
Xicli si moxi tuctu et si armau et occorsi” per costringerlo et farlo
fughiri a quillu barbaru incidili. Ma videndo lo numero di li infidili
grandi assai, se prostraro cum la faccia per terra et precando nostro
seniuri Iesu Cristo et la Maria Virgine de la Pietati, che camaru per
darichi fortia et coraio per dischiachari li barbari Saracini. Et illico et
statim videro in lo chelo una nugola chi isplindia ut solis cum dintra la
Virgini Maria cum brandus in dextera et chi rintronava a lo sou populo. “En
adsum, ecce me civitas dilecta, protegam te dextera mea.” Si livaru de terra
di un subitu et videro lu exerxitu di li Normandi ut velociter aquila per
aiutarili, et uniti tucti si moxiro ut fulminem supra quilli infidili et li
distruxero; et fu tali la confusioni et la neghia et lo pavento che si
uchisero ipsi stixi ut more canis idrofobi. Durau la punia quasi per uno
iorno… La matina si arritroao lo campo cum immenso numero di morti et li
barchi di li incidili tucti fugati…” La seconda memoria aggiunge che i
Saraceni rimasti con Badr fuggirono sulle chelandie e “purtaru la nova a lu
barbaru re de lo Cairo.”. L’impresa era fallita e il Califfo d’Egitto Abu
Tamim Maadd Al Mustancir, rinunciò definitivamente alla Sicilia. (Melchiorre
Trigilia, La Madonna dei Milici di Scicli)..
SEC XV. Nicolò Caruso, Barone di
Spaccaforno, nel 1470 ricostruì la Rocca del Fortilizio come opera di difesa
“contro i crudeli Mauri”.cioè i corsari musulmani, provenienti dalla
Mauritania romana, l’odierna Algeria, che, sbarcati nel nostro litorale,
scorazzavano fin nel paese di Spaccaforno (cfr. A. Moltisanti).
SEC. XVI. Sotto il regno di Carlo V,
agli inizi del Cinquecento, al posto della torre di ispezione preesistente
fu eretta una fortificazione difensiva nell’Isola di Capo Passero.
Contro di essa si accanì più volte i due celebri fratelli pirati
Barbarossa, Urug (Dragut) e Khair ad Din che, nel 1526 la
distrusse. Il Senato di Noto scrisse al Viceré che, per le continue
incursioni e razzie dei Turchi, i Netini “avevano abbandonato tutte le vigne
seminati et altri arbitrij soi, appresso alla marina per miglia sei infra
terra…”. Subito dopo, dietro sollecitazione dell’Imperatore e del suo Viceré
Gonzaga, provvide subito alla sua ricostruzione.
I Viceré di Sicilia, Ferrante Gonzaga,
Giovanni De Vega e Marcantonio Colonna, per proteggere le coste dell’Isola
dai frequenti attacchi dei Corsari Barbareschi (por remediar a las
invasiones de corsaros), realizzarono un’organica ed estesa rete
difensiva e di avvistamento, di torri costiere, che sostituiva ed
integrava le fortezze indipendenti costruite nel Trecento e Quattrocento, da
Re Martino in poi. L’opera che prevedeva la costruzione di 37 torri, durò
svariati anni fino a quando nel 1594 il circuito difensivo non fu
completato. In questo settore della difesa costiera operarono diversi
architetti militari: Ferramolino, Domenico Giunti, Pietro del Prado, Arduino
Andronaco, Tiburzio Spannocchi e soprattutto Camillo Camilliani. Per mezzo
di segnali di fumo dall’alto delle torri durante il giorno e di fuoco
durante la notte, i cosiddetti “fani”, la notizia di avvistamento di
imbarcazioni corsare passava da una torre all’altra, in modo da mettere in
allarme la costa e anche il territorio interno e provvedere prontamente alla
difesa.
Notiamo in proposito che in contrada “Tremilia”,
a ca. quattro Km. da S. Maria del Focallo, resiste ancora alle intemperie ed
all’incuria, anche se un’ala è crollata, un Palazzo-Fortezza del ’ 500,
sottoposto a vincolo dalla Soprintendenza e che meriterebbe di essere
restaurato. Si tratta di “una caratteristica dimora fortificata” contro le
incursioni dei pirati barbareschi.
Altri elementi del sistema difensivo erano
le “Saette”, navi veloci capaci di rincorrere e cacciare le imbarcazioni
corsare ed i militi a cavallo, a cui era affidato il controllo del
retroterra. Già nel 1456 il Re Alfonso, per scongiurare attacchi corsari,
aveva destinato un’ingente somma per armare una flotta di saette e galere,
destinate alla custodia del litorale siciliano. La flotta e la cavalleria
inghiottivano la maggior parte delle risorse del regno.
Nel 1537 con le Costituzioni del Regno di
Sicilia, furono istituite le Sergenzie o Sedi d’Armi con dieci
circoscrizioni. Noto fu la sede della terza e Scicli della quarta. Vi
risiedevano un Capitano d’Armi a Guerra e un Sergente Maggiore. Il Capitano
d’Armi di Scicli, coadiuvato da un Capo Sentinella, era preposto alla
custodia del Litorale che si estendeva dal confine del territorio di
Spaccaforno, appartenente alla Sede notinese, fino al territorio di
Odogrillo, oggi Acate. Da lui dipendevano le Torri di guardia sparse lungo
la spiaggia. La guarnigione, che portava il nome di Terzo di Scicli,
comprendeva circa 900 uomini, ripartiti in tre compagnie di fanti e quattro
di cavalieri, a formare le quali contribuivano proporzionatamente tutte le
Terre dipendenti (M. Pluchinotta, 24ss.).
POZZALLO E MALTA NEL 1565
Ogni 8 settembre i Maltesi, nella loro
festa nazionale, celebrano la liberazione dal “Grande assedio” posto dai
Turchi alla loro isola nel 1565 (25 maggio – 7 settembre). L’armata
cristiana tentò di soccorrere l’isola, ma ostacolata dalla flotta nemica, di
gran lunga superiore per numero, ancorò le sue golette a Pozzallo, vicino
alla Torre. Andrea Provana, comandante delle galee del Duca di Savoia ruppe
il blocco nemico ma non riuscì a sbarcare per portare aiuto al Gran Maestro
dei Cavalieri di Malta, J. de la Valette. Giunse allora in Sicilia e fece
capo di nuovo a Pozzallo una grossa squadra navale (il “Gran Soccorso”),
composta di galee del Viceré di Sicilia, Don Garsia di Toledo Comandante
Generale, del vicereame di Napoli, del Granduca Cosimo di Toscana, del Duca
di Savoia, degli armatori genovesi al soldo della Spagna. Partita da
Pozzallo e giunta vicino all’isola, il 6 settembre riuscì a sbarcare nella
baia di Melleha un notevole rinforzo di uomini, munizioni e viveri. Nella
difesa della loro patria i Maltesi a fianco dei Cavalieri di Malta diedero
prova di straordinario eroismo, ma anche al fortunato arrivo dei rinforzi si
deve l’abbandono dell’assedio da parte di Mustafà Pascià (cfr. J. Bosio).
LUGLIO 1573. LA FLOTTA TURCA NEL SUD-EST
DELLA SICILIA
Nella
storica grande battaglia navale di Lepanto del 7 ottobre 1571,
l’armata cristiana riportò una decisiva vittoria sulla flotta musulmana.
Questa era formata da 160 galee e numerosissime altre navi a vela e
galeotte; 117 legni turchi furono presi e 50 affondati e bruciati.
Eppure solo due anni dopo, nel 1573, i Turchi
di Solimano il Magnifico ricostituirono e rafforzarono la loro armata navale
e mossero contro la Sicilia. Lo storico G. Caruso scrive. “ L’armata
nemica, la più numerosa di quante altre ne avevano i Turchi fin allora poste
in mare… il 2 del mese di luglio diede fondo nella marina di Avola, in luogo
detto “Le Fontane Bianche”, numerosa di 285 galee, 12 grosse galeotte, 19
maone, 8 caramussali e 13 altre navi; e sbarcati da 500 Turchi in quel
luogo, furono con morte di 70 di essi obbligati dal Marchese della Favara a
rimbarcarsi. La mattina poi del 4 si pose di nuovo alla vela verso Capo
Passero e non potendo sormontarlo per cagione dei venti contrari, ritornò
alle Fontane Bianche e vi fe’ altra volta sbarco di qualche gente, che fu
valorosamente attaccata da Don Diego de Silva e D. Francesco Belvia Capitano
di cavalli; ma il giorno seguente, sbarcandone un maggior numero, scorsero i
Turchi fino alla terra di Avola, la quale essendo stata abbandonata dagli
abitanti, non vi poterono fare altro danno che di saccheggiarvi alcune case.
Il 6 del mese ritornò l’armata nemica a far vela, ma non potè passare più
avanti che alla marina di Scicli e avendo posto gente a terra, vennero i
Turchi attaccati dal Principe di Butera, accorso ivi con 600 cavalli, li
quali valorosamente combattendo con gli sbarcati infedeli, si fa conto che
fra gli uccisi ed i prigionieri, ve ne restassero non meno di 200.
Abbonacciato il tempo si allargò l’Armata dalla marina di Scicli il dì 9 del
mese accennato, drizzando le prore verso Pantelleria…” Di là proseguirono
per la Barberia, dove riconquistarono Tunisi e la Goletta.
Il notinese Littara ci dà altri
particolari. Il comandante della flotta Musulmana era l’apostata delle fede
cristiana Ucciali (Ulug Alì). A Noto, al suono delle campane,
furono chiamati a raccolta cittadini, fanti e cavalieri per difendere la
costa. Ma che potevano fare in numero così ridotto contro la potentissima
flotta del Sultano? Eppure i comandanti della cavalleria osarono opporsi
alle preponderanti forze nemiche, li misero in fuga dai campi che
devastavano, molti ne uccisero e altri ne fecero prigionieri. Si distinse in
particolare per la sua accortezza e valore il Capitano Diego, il quale,
malgrado il mancato arrivo della Cavalleria di Modica e Siracusa, riuscì a
respingere diverse migliaia di nemici. Tornato a Noto antica dispose sulle
mura tutti gli uomini validi ed anche i religiosi in difesa della città; ma
per fortuna la flotta turca col vento favorevole si allontanò dal litorale.
Luigi Rogasi, aggiunge ulteriori notazioni,
senza però citare la fonte. Il 5 e 6 luglio gli artiglieri della Torre di
Pozzallo segnalarono una potente flotta nemica che copriva quasi l’orizzonte
e si avvicinava minacciosa dalla parte dell’Isola dei Porri. Molte navi si
attestarono a tre miglia da Pozzallo, mentre le altre proseguirono verso
Sampieri e Donnalucata. I torrari accesero i fuochi e i cannoni tuonarono. I
Turchi sbarcarono oltre Punta Religione (Selciolo), puntando verso Scicli,
ma furono affrontati e sconfitti da Francesco Branciforte Principe di Butera,
Vicario Generale del Val di Noto. I prigionieri furono rinchiusi nella
Torre di Pozzallo.
Il litorale della Contea di Modica era
validamente difeso dai fanti e cavalieri della guarnigione del Terzo di
Scicli (v. sopra), che accorrendo metteva in fuga “il turco inimico”, il
quale non osava allontanarsi troppo dalla linea costiera, dovendo in tempo
fuggire, trascinando le eventuali prede, prima che i cavalieri arrivassero.
L’imponente quattrocentesca Torre Cabrera aveva il compito di difendere le
derrate alimentari del Caricatore della Contea e di respingere con le armi
gli assalti dei Corsari. Era perciò dotata di artiglieria ed armi da fuoco.
Nel 1600 nell’inventario delle armi, redatto dal castellano Nicolò Ardezzone,
sono registrati: “4 pezzi d’artiglieria a cavallo, 3 maschi di bronzo, 120
balli di ferro e una caxa per l’artiglieria, 2 moschetti di posta e un
moschetto turchesco, una bombarda di ferro.” (Sipione, 100).
ALTRI SBARCHI DI FLOTTE TURCHE
In un inedito manoscritto del 1700 sulla
Storia degli Statella, si parla di uno sbarco di un’altra flotta musulmana e
della sua sconfitta ad opera di Francesco III, XX Conte Statella,
creato I Marchese di Spaccaforno da Filippo II nel 1598. “Dopo pochi anni,
l’Imperatore Ottomano, avendo messo in mare una flotta formidabile, formata
da più di 100 navi, con uomini addestrati allo sbarco e con molti attrezzi
militari, ne affidò il comando al generale Cicala, con il preciso
scopo di andare contro i popoli cristiani. La prima spedizione fu fatta
contro la Sicilia, dove tentò uno sbarco nel porto della Marza,
antica città alle dipendenze di Spaccaforno. Il Signore di quel distretto
era Francesco Statella, Marchese di Spaccaforno, il quale, avvertito di tal
disegno e irritato dalle offese fatte ai Cristiani e spinto
dall’attaccamento al suo Sovrano e al regno, radunò sollecitamente fra i
suoi sudditi un numero di soldati scelti e, postosi egli stesso al comando,
si trasferì al porto della Marza. I nemici avevano già effettuato lo sbarco,
ma benché di numero fortemente maggiore, il Conte Francesco non ebbe paura
di attaccarli e, combattendo valorosamente, in breve tempo trionfò su di
essi, avendoli, parte uccisi, parte fatti prigionieri, sicché i rimanenti
furono costretti ad una fuga strepitosa e vergognosa. La vittoria però costò
molto sangue; i morti furono molti, fra gli altri cadde eroicamente Don
Antonio Statella, cugino in primo grado del Conte Francesco.”
Questo Cicala, nato in Calabria, era
figlio del Visconte omonimo. Fatto prigioniero dai Turchi era diventato
musulmano col nome di Sinam ed era giunto al supremo grado di Pascià ed
Ammiraglio. Più volte, a capo della flotta ottomana tentò di invadere e
devastare le coste della Sicilia, della Calabria e di Malta. “Nel 1593
sbarcarono sopra alcuni punti della Sicilia e del continente napoletano i
Turchi, vi incendiarono molti villaggi e alcune terre popolate e se ne
ritirarono conducendo seco moltissimi schiavi che vi fecero.” Nel 1594,
passando da Malta e poi da Trapani, Sinam sbarcò in Calabria e devastò col
ferro e fuoco Reggio e altri luoghi. Minacciò anche il litorale della Contea
di Modica, perché, nel Registro delle Lettere Patenti c’è l’elenco di
35 cavalieri mobilitati in quell’anno. (E. Sipione, 93). Nel 1596 un’altra
flotta fatta allestire da Maometto 3° fu costretta ad allontanarsi da
Messina dall’Ammiraglio genovese Doria, ivi giunto in soccorso con una
flotta di 75 galee. Un altro tentativo il Bassà Sinam fece nel 1598. Venne
allora fortificato Capo Passero, che era il più esposto con Malta e Gozo,
per timore di sbarco dei Turchi. Il Cicala volle incontrare la madre e i
parenti in Calabria e poi decise di ritornare a Istanbul. Un’ultima
spedizione contro Malta e la Sicilia fu fatta nel 1603, e probabilmente in
quest’anno avvenne il suddetto sbarco alla Marza. Ma, per buona sorte della
Sicilia e Malta la peste entrò nell’armata turca; perirono a migliaia
soldati e marinai e la flotta fu costretta a ritornare a Istanbul (cfr. G.B.
Di Blasi).
SEC. XVII. Anche Antonio I, XXI Conte
Statella e II Marchese di Spaccaforno (dal 1625 al 1651), Vicario
Generale del Regno di Sicilia, scacciò più volte i Mori dalle riviere della
città e molti ne prese schiavi, menandoli alle catene per servizio della sua
corte. (cfr. Villabianca Sicilia Nobile).
In una dichiarazione, datata Noto 12
ottobre 1625, fatta dal Tenente Bartolomeo Bernal della Compagnia del
Capitano Don Rodrigo Capata de Cardenas, Capitano di Armi a guerra della
Città di Noto e Spaccaforno e loro marine, è detto che nel mese di settembre
1625, una tartana [imbarcazione da carico] fu assalita dai Turchi fra
l’Isola dei Porri e la Punta delle Formiche. La gente che era in essa si
salvò giungendo a terra e disse che la tartana era di proprietà degli eredi
del Marchese di Spaccaforno, D. Francesco Statella e la roba che portava,
caricata nella città di Messina, era del Duca di Terranova (Archivio
Statella, Ragusa)..
Nel 1671 il Castello di Capo Passero
fu assalito da due vascelli di pirati barbareschi, che, discesi a terra
cominciarono a depredare. Intervennero prontamente le milizie a piedi e a
cavallo con a capo nobili cavalieri notinesi e anche i soldati mandati dai
Giurati di Spaccaforno, che meritarono “particolare memoria”, perché, grazie
a loro, con “l’aiuto divino furono discacciati li riferiti nemici…” (S.
Burgaretta, 38).
SEC. XVIII. Negli anni 1787-90 furono
rapiti sulle coste della Marza e portati come schiavi in Algeria e Tunisia
venti ispicesi (quindici uomini, tre donne e due giovinette) che furono
riscattati dalla Deputazione delle Opere Pie di Modica e Scicli (Cfr. “La
Siciliana”, 1924, da cui dipende R. Fronterrè Turrisi.)
Nel 1798 ci fu uno sbarco di Pirati
alla marina di Mazzarelli, nella spiaggia di Santacroce e altri luoghi
vicini. Ma, dopo aver arrecato qualche danno si ritirarono perché non pochi
armati accorrevano dai circostanti paesi. (G. B. Di Blasi). Furono subito
inviati rinforzi anche nelle torri di Capo Passero e di Vendicari, che
costituivano il più valido presidio nel versante ionico, sud-orientale. Nel
1808 si ha notizia di un’ultima incursione piratesca. Sei sciabecchi
e un brich algerini con equipaggio formato da turchi e cristiani schiavi,
che parlavano italiano, scorazzò nella zona di Capo Passero, causando gravi
danni (Burgaretta, 41).
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L. Rogasi, Pozzallo – Uno sguardo nel
passato, Firenze 1982.
M. Trigilia, La Madonna dei Milici di
Scicli, Modica 1990.
Villabianca F. M. Emanuele e Gaetani,
Marchese di, Sicilia Nobile, Palermo 1754ss.
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