BENI CULTURALI:

TUTELA, FRUIZIONE E PROSPETTIVE OCCUPAZIONALI

 NOTE: L'articolo, del 1999, andrebbe rivisto alla luce dell'evoluzione normativa avvenuta dopo sua la pubblicazione.

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 Personalmente sono dell’idea che un bene culturale vada innanzi tutto tutelato in quanto tale, ma viviamo in un paese che, nonostante abbia il più ricco patrimonio culturale del mondo, destina alla tutela dei monumenti solo lo 0.3% del bilancio dello Stato. Mi rendo conto quindi che la valorizzazione dei beni culturali per fini turistici non solo permette una maggiore fruizione del bene ma può anche essere occasione per individuare i fondi necessari alla sua tutela nonché di sviluppo economico e crescita occupazionale. Il problema è quindi proprio questo: trovare il giusto equilibrio tra esigenza di conservazione e tutela con quella di rivalutazione ai fini turistici del bene. E se in questo equilibrio si trova il modo di creare posti di lavoro, allora tanto meglio, purché tali occasioni siano reali, durature, e, soprattutto, nell’interesse del nostro patrimonio culturale.

Tutto questo potrà avvenire solo in presenza di una costruttiva collaborazione tra Stato, Regioni e autonomie locali. Negli ultimi anni sono molte gli strumenti legislativi che potrebbero favorire lo sviluppo occupazionale nel settore dei beni culturali, mi limiterò a citare solo alcuni esempi.

 La legge 236/1993 che ha tra i suoi obiettivi quella di agevolare la fruizione dei beni culturali attraverso la diffusione di una cultura d’impresa nel mondo dell’imprenditoria giovanile e la conseguente creazione di nuove attività imprenditoriali.

 Il DM 24 marzo 1997 n° 139 che riprende alcuni aspetti trattati nella legge 236/1993 atti a favorire lo sviluppo di nuovi servizi per la gestione dei beni culturali, grazie a procedure di affidamento notevolmente semplificate rispetto al passato e che prevede di utilizzare la normativa europea sugli appalti pubblici dei servizi.

 L’istituto dei lavori socialmente utili (LSU), nato con la legge n° 244 del 1981 come strumento di intervento straordinario a sostegno dei lavoratori in cassa integrazione, e che ha subito negli anni parecchie trasformazioni che hanno allargato notevolmente i soggetti promotori e utilizzatori dell’istituto. Con la legge 196/1997 la normativa sui lavori socialmente utili si è allargata in favore dei giovani inoccupati prevedendo il ricorso a speciali progetti di lavori di pubblica utilità (LPU) che prevedono a favore dei lavoratori interessati, l’impegno a realizzare nuove attività stabili nel tempo, con individuazione, a tal fine, di apposite “agenzie di promozione di lavoro e di impresa” il cui compito è l’assistenza dei soggetti che presentano i progetti di lavori di pubblica utilità, rilasciando infine loro un’attestazione, che è requisito necessario per presentare gli stessi progetti.

 Il Dlgs 468/1997 che prevede, per il settore cultura, l’applicazione della normativa che regola i lavori socialmente utili in materia di interventi a favore dei disoccupati del Mezzogiorno e che si pone i seguenti obiettivi:

·        promozioni di attività imprenditoriali tramite agevolazioni per l’affidamento dei lavori da parte della P.A. (art.2 e 10);

·        possibilità di affidare sin dall’inizio la gestione dei servizi ai soggetti utilizzatori, con possibilità da parte di quest’ultimi di procedere a chiamata nominativa dei lavoratori specializzati (art.6);

·        previsione di finanziamento per cinque milioni pro capite per attrezzature e di un milione pro capite per la formazione (art.11)

 Il Dlgs 460/1997 che prevede l’utilizzo di organizzazioni non lucrative di utilità sociale (Onlus) per la gestione di servizi in settori specifici quali la tutela e la valorizzazione del patrimonio storico artistico, della natura e dell’ambiente, la promozione della cultura e dell’arte.

 Quelli citati sono solo alcuni degli strumenti messi a disposizione dal legislatore che possono favorire lo sviluppo dell’occupazione nel settore dei beni culturali; purtroppo anche ottimi strumenti possono arrecare danno quando capitano nelle mani sbagliate.

Non è mia intenzione, almeno in questa sede, fare un’analisi più approfondita di questi strumenti; se lo facessi, sarebbe forte la tentazione di voler esporre alcune riflessione sulle modalità con cui questi strumenti sono applicati; sui dubbi dell’operato di alcune delle “agenzie di promozione di lavoro e di impresa” previste dalla legge; sulla convinzione che, in alcuni casi, lo strumento dei lavori socialmente utili sia diventato assistenzialismo fine a se stesso; sul sospetto che, a volte, tutto viene tutelato fuorché il bene del nostro patrimonio culturale. Ma voglio evitare di entrare in una polemica che offuscherebbe il vero messaggio che vorrei venisse fuori da questo articolo: sottolineare come sia possibile conciliare il concetto di tutela e corretta fruizione dei nostri beni culturali e la possibilità di creare nuovi posti di lavoro, rimandando in un secondo momento l’individuazione e l’applicazione degli strumenti finanziari necessari. 

 Proverò adesso ad esporre alcune riflessioni che partendo dal punto di vista della tutela e della corretta fruizione dei beni culturali, possono, se opportunamente tradotti in pratica, tradursi in crescita occupazionale.

 Il recupero urbanistico.

La tutela di un monumento non può non comprendere la salvaguardia della zona di contesto che lo racchiude. Non dimentichiamo inoltre che la stragrande maggioranza dei beni storico artistici si trova all’interno di chiese, conventi e strutture situate nei centri storici e in borghi caratteristici. Ecco quindi che dobbiamo accettare l’idea che la rivalutazione del nostro patrimonio culturale deve necessariamente passare attraverso opportuni interventi sul patrimonio edilizio e architettonico dei centri che ospitano i beni. E’ importante anche una corretta gestione della mobilità urbana, in modo da creare luoghi che siano accessibili, vivibili, altamente ricettivi e quindi “appetibili” per il turista. Investire per la manutenzione e la rivalutazione dei centri storici e dei borghi non solo rivaluterà i beni culturali in essi ospitati e ne garantirà uno stato efficiente di conservazione ma serve a favorire uno sviluppo occupazionale stabile.

 L’informazione.

L’aspettativa di fruizione di un monumento è proporzionale al grado di conoscenza che si ha di esso e dei servizi correlabili. La rivalutazione del patrimonio culturale è legato in parte alla capacità che si ha di fornire ogni tipo di informazione su di esso.

Un'opportuna informazione va fatta prima della fruizione, attraverso i mass media, le agenzie turistiche e quant’altro possa rendersi necessario. Una giusta informazione va fatta durante la visita al monumento se si vuole parlare di corretta fruizione. L’informazione inoltre deve essere ampia, chiara e comprendere tutti gli aspetti possibili: dalla informazione necessaria affinché il fruitore apprezzi al meglio la visita al monumento (per intenderci mi riferisco essenzialmente agli aspetti “consumistici” della fruizione) a quella che fa meglio comprendere gli aspetti storici, culturali e sociali del monumento e del contesto in cui esso è inserito. Questo per permettere una vera crescita culturale del fruitore che non si limiterà ad apprezzare l’aspetto estetico del monumento ma ne capirà il contesto socio culturale in cui è immerso. Egli sarà quindi partecipe di una conoscenza “globale” e che forse vorrà trasmettere ad altri, diventando esso stesso veicolo pubblicitario a favore del monumento visitato. E’ facile capire come le cose appena dette si possano trasformare in occasioni di lavoro, basti pensare ai servizi necessari per realizzare e distribuire il materiale informativo e alle guide che in loco forniscono le informazioni sul monumento.

 La Formazione.

La formazione assume una valenza strategica, in quando le esigenze formative coprono tutti i momenti che interessano la problematica della rivalutazione dei beni culturali. Vediamone alcuni.

  • Formazione finalizzata alla creazione di imprese che possano operare nel settore dei beni culturali, al fine di promuovere lo sviluppo di nuove imprese. 

  • Formazione delle imprese che operano nel settore della manutenzione e della ristrutturazione dei beni culturali e del tessuto urbano che li contiene. Basti pensare alle imprese di manutenzione che dovendo operare sui monumenti e sul tessuto urbano che li circonda dovrebbero meglio conoscere le tecniche del restauro e della conservazione cosa che non può avvenire senza un minimo di cognizione storico culturale della realtà su cui si opera. 

  • Formazione delle imprese che già operano nella gestione strutture di servizio nei pressi dei monumenti affinché i servizi svolti avvengono nel rispetto dei monumenti e dei contesti in cui sono immersi. Queste imprese dovrebbero essere a conoscenza almeno delle leggi vigenti di tutela dei beni culturali. Si eviterebbero situazioni spiacevoli come quando qualche anno fa in occasione di una passeggiata serale nei pressi del Castello di Donnafugata, mi accorsi che il cortile che porta all’ingresso era pieno di macchine che arrivavano sin davanti alla porta del castello: dove non vi erano macchine erano tavolini, con moderne sedie di plastica bianca poste sotto moderni “ombrelloni quadrati” anch’essi bianchi, carini forse da vedere su un lungomare, ma probabilmente un tantino in disarmonia con il contesto del castello, il tutto condito qua e là con segnaletiche e cartelli luccicanti (e postmoderni) e gli immancabili secchi pieni di spazzatura, lattine e altri segni della “rivoluzione del business”.

  • Formazione nelle scuole atta a sensibilizzare gli studenti sul rispetto del patrimonio storico artistico che hanno ha disposizione come cittadini o come visitatori.

  • Formazione orientata a garantire la competenza del personale addetto alla gestione diretta dei monumenti (guide, manutentori, addetti alla sicurezza, addetti alle pulizie, personale addetto alle relazioni con il pubblico, ecc.) solo l’elevata capacità tecnica del personale addetto ai servizi potrà garantire una corretta fruizione dei beni culturali nel pieno rispetto degli stessi e dei visitatori.

 L’accessibilità.

Il fruitore deve poter individuare il bene culturale, accedervi facilmente. Questo è possibile se esistono guide illustrate con mappe chiare e dettagliate dei percorsi, orari di apertura sufficienti, sistemi di mobilità non penalizzante.

Come esempio supponiamo di scegliere uno dei tanti beni artistici della nostra provincia, il Castello di Donnafugata, lontano da Ragusa circa una ventina di chilometri. Se non esiste un efficace sistema di trasporti dalla città al bene in questione, il monumento è  facilmente accessibile solo a chi è dotato di mezzi propri, purché disponga delle necessarie informazioni per arrivarci.  

Il grado di accessibilità di un bene è ridotto anche quando lo si colloca in un contesto completamente diverso da quello che il fruitore si aspetta. Ad esempio la collocazione di un'importante collezione d’arte nella zona industriale cittadina non favorisce certo l’accessibilità, cosa ben diversa se la collocazione fosse nei pressi del centro storico.

 Il concetto di Filiera.

Alcuni dei concetti esposti precedentemente hanno come primo obiettivo la valorizzazione e il miglioramento della fruizione dei beni culturali, la loro traduzione in termini di aumento dell’occupazione produce dei costi in parte ammortizzabili con gli strumenti legislativi prima citati. In quest’ottica va anche visto un ulteriore aspetto legato alla fruizione dei beni, quello della “filiera turistica”.

A parte qualche eccezione, gran parte dei monumenti esistenti sul nostro territorio, per poter costituire una valida attrattiva per il turista, necessita di essere inserito in un'offerta più ampia che prevede la fruizione di più beni vicini tra di loro. I servizi la cui gestione si riferisce a  più  monumenti raggruppati per tipologia e vicinanza fisica possono essere meglio ottimizzati ripartendo il costo di gestione su più strutture.